La rabbia albanese non si ferma all'isola di Sazan: Lubonja e la "rivoluzione dei fenicotteri"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Più di cinquanta giorni di proteste, una valanga di uova contro le auto dei parlamentari e sacchi della spazzatura ammucchiati davanti al Parlamento di Tirana. La scintilla che ha incendiato l'Albania è quella, ormai celebre, del mega resort voluto da Jared Kushner e Ivanka Trump su Sazan, l'isola che un tempo ospitava la base militare del regime comunista, e lungo le coste della laguna di Narta, un gioiello di biodiversità protetto.

Ma chiunque, in queste settimane, abbia seguito il crescendo di rabbia che ha attraversato il paese, sa bene che il bersaglio del movimento, che ha trovato nei fenicotteri di cartone il suo simbolo, è ormai ben più ampio. È un intero sistema, quello guidato dal primo ministro Edi Rama, a essere finito sotto la lente d'ingrandimento, con la contestazione che si è allargata ad altri interventi edilizi e al malcontento generale per una gestione del potere percepita come sempre più opaca e lontana dagli interessi della collettività.

Un'intellettuale contro il "tumore" albanese

In prima linea, a dare voce a questa nuova coscienza civile, si trova una figura che conosce meglio di altri il volto più cupo del totalitarismo e le ombre della transizione democratica. Fatos Lubonja, scrittore e analista, ha vissuto sulla propria pelle le carceri del regime di Enver Hoxha, per poi diventare uno degli osservatori più acuti e critici della parabola post-comunista albanese.

Dopo decenni passati a smontare pezzo per pezzo il mito di una transizione riuscita, Lubonja è tornato a fare da megafono alla piazza, e le sue parole pesano come macigni in un paese che fatica a trovare una via di sviluppo giusta e condivisa. "Il caso di Zvërnec", ha dichiarato dall'ormai consueto palco improvvisato delle manifestazioni, "ha mostrato come funziona il sistema di rapina che Rama ha costruito". Per Lubonja, la protesta è molto più di una battaglia ambientalista, è il sintomo di un disagio profondo.

"La domanda è: che cos'è questo sviluppo? È uno sviluppo con gli oligarchi per gli oligarchi che ha catturato anche i media. Non è uno sviluppo, è un tumore che cresce nel corpo dell'Albania che dobbiamo pulire". Lo slogan che risuona più forte, "L'Albania non è in vendita", viene declinato in tutte le sue implicazioni, diventando "l'Albania non è da derubare", perché "ci hanno derubato dell'Albania: la costa, le città, i parchi dei bambini", e ci hanno costretto alla fuga.

La legge dell'eccezione e il caso Kushner

Al centro della bufera c'è un progetto da 1,6 miliardi di dollari, che prevede un resort di lusso, con hotel, villa e casinò, su un'area di 1.400 ettari tra l'isola disabitata di Sazan e la penisola di Zvërnec, un ecosistema tra i più importanti del Mediterraneo, casa di fenicotteri, foche monache e tartarughe marine in via d'estinzione.

La scintilla che ha fatto scoppiare la "rivoluzione dei fenicotteri", come è stata ribattezzata, è stata la comparsa di ruspe e filo spinato nell'area a fine maggio, prima ancora che le autorizzazioni fossero completamente definite, e dopo che il governo, nel 2024, aveva modificato la legge sulle aree protette per consentire la costruzione di "strutture d'eccellenza, 5 stelle o più" proprio in quelle zone che avrebbero dovuto essere tutelate.

La vicenda ha assunto contorni politici esplosivi, sia per il coinvolgimento della famiglia del presidente americano Donald Trump, sia per le modalità con cui il progetto è stato portato avanti, con l'opposizione che ha accusato Rama di volersi comprare il favore della nuova amministrazione USA.

Il fronte della giustizia e la solidarietà internazionale

La protesta, intanto, si è allargata a macchia d'olio, coinvolgendo la diaspora albanese in tutta Europa, da Torino a Londra, e ha ricevuto il sostegno di personalità di spicco come la popstar Dua Lipa, che ha definito la mobilitazione "ispirante" e ha criticato la mancanza di consultazione pubblica. La cantante, in un podcast con la scrittrice Lea Ypi, si è detta preoccupata che "il governo possa cambiare la legge per rimuovere la protezione ambientale senza alcuna consultazione pubblica".

Mentre la piazza chiede a gran voce le dimissioni del governo e una svolta radicale, l'attenzione si sposta ora sul fronte giudiziario. La Procura speciale anticorruzione (SPAK), sollecitata pubblicamente dallo stesso Lubonja, ha messo sotto la lente il progetto, anche se ha smentito di avere indagini aperte direttamente su Kushner. Ma per molti osservatori, il caso Zvërnec rappresenta la punta di un iceberg di una deriva autoritaria e clientelare. Lubonja, in un intervento, ha sottolineato l'importanza che la magistratura faccia il suo corso: "La giustizia ci ha dimostrato... che i criminali fanno danni e sono a capo dello Stato. Perché abbiamo la giustizia, la abbiamo proprio per prevenire i danni che i criminali ci fanno, se i criminali fanno danni e sono a capo dello Stato e non li arresti allora diventano partiti, complici dei criminali".

Il governo di Rama, che ha più volte difeso il progetto come una "benedizione" per il turismo albanese, respingendo le accuse e parlando di "guerra ibrida", si trova oggi ad affrontare una sfida che va ben oltre il resort. La protesta ha toccato il nervo scoperto di un paese che, dopo trent'anni dalla fine del regime, non riconosce più i propri rappresentanti e ne mette in discussione la legittimità, chiedendo un modello di sviluppo che non sia solo un affare per pochi eletti.

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