Il profeta dell’Italrugby: "6 Nazioni? Lo vinceremo"

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Lo avevano detto, negli anni, in tanti, ma le parole di Diego Dominguez, quel sabato all’Olimpico, avevano un peso specifico diverso, se si considera che a riceverle, incrociandolo negli occhi, era nientemeno che Jonny Wilkinson, il baronetto del rugby mondiale, colui che nel 2003 regalò all’Inghilterra la Coppa del Mondo. «Lo sapete che oggi le prendete dall’Italia?», gli avrebbe detto il diez azzurro, protagonista negli anni Novanta di imprese che allora sembravano isolotti in un mare di sconfitte. E in effetti, la sera prima, era stato proprio Dominguez a parlare allo spogliatoio, a iniettare quella consapevolezza che forse, fino a quel momento, era mancata. Trentacinque anni dopo il primo incontro, l’Inghilterra ha scoperto, e non per sentito dire, che l’Italia esiste eccome. Non si tratta, questa volta, di semplice retorica sportiva, di quelle agiografie che accompagnano una buona prestazione o una rimonta inattesa: la partita del 7 marzo 2026, con quel 23-18 che campeggia ora negli annali, merita davvero un posto nei libri di storia.

L’arte del breakdown e la concretezza di Lamaro

Nel rugby, si sa, le partite si vincono spesso nel fango, nei punti di incontro, in quelle mischie che gli inglesi chiamano breakdown. Ed è lì che Michele Lamaro, capitano dalla faccia da ciclista e dalla tenacia di chi non molla mai, ha messo il sigillo finale sull’impresa. Paragonare la sfida all’Inghilterra a una volata in montagna al Giro d’Italia non è poi così peregrino, perché serve fiato, cuore e una determinazione feroce per tenere testa a chi è più abituato a vincere. La sua principale area di competenza, appunto il breakdown, è diventata una trincea: a difendere il possesso di un compagno per favorire la pulizia del raggruppamento, oppure ad aggredire il placcato avversario, Lamaro ha dimostrato che la percezione dell’Italrugby, ormai, è cambiata radicalmente. Non sono più spauracchi, ma una realtà solida.

Menoncello, il crack che fa parlare il mondo

C’è poi lui, Tommaso Menoncello, ventitreenne trevigiano che la bibbia del rugby ovale, Planet Rugby, ha eletto miglior giocatore del quarto turno del Sei Nazioni 2026. Un 9 in pagella, e una menzione speciale: «Attacca da 13 e difende da 12». Il che, tradotto, significa che gioca indifferentemente da primo o da secondo centro, una duttilità che manda in tilt le difese avversarie. I quotidiani inglesi lo esaltano, quelli francesi già pregustano il suo arrivo a Tolosa a fine stagione, e lui, con una naturalezza spiazzante, racconta di aver visto qualche Titolo, sì, ma la testa è già alla prossima battaglia. Nella storica vittoria, è stato ovunque: una sua magia, una corsa da 45 metri che ha lasciato Elliot Daly sul posto, ha portato alla meta del momentaneo vantaggio. Ma anche nella ripresa, quando l’Italia era sotto 18-10 e sembrava poter crollare, la sua forza d’impatto ha fatto la differenza, come nell’azione che ha liberato Monty Ioane e poi Leonardo Marin per la meta decisiva.

La metamorfosi di una squadra, tra assenze e nuove certezze

Quello che colpisce, al di là delle individualità, è la maturità del gruppo. Contro l’Inghilterra mancavano pedine importanti come Capuozzo, Todaro, Trulla, Page-Relo, Vintcent, Negri o Riccioni, ma la macchina non si è inceppata. Perché, come ha spiegato bene Paolo Garbisi all’indomani del match, il vero punto di forza è la fratellanza, quel legame costruito negli anni bui, quando le sconfitte erano il pane quotidiano. «Abbiamo avuto tanti momenti negativi, sappiamo da dove arriviamo», ha detto l’apertura, autore di una prestazione solida e di una gestione perfetta nei minuti caldi, quando la pressione era massima. La squadra di Gonzalo Quesada ha imparato a dividere le partite in quarti, a rimanere accesa per tutti gli ottanta minuti, a non concedere punti facili. E anche quando, a un certo punto, l’Inghilterra conduceva e sembrava poter gestire, è successo qualcosa: la panchina inglese ha abbassato il livello, mentre quella italiana ha dato la scossa. I cartellini gialli a Underhill e Itoje, nell’arco di otto minuti, hanno spalancato le porte all’assedio finale. E l’assedio ha portato alla meta di Marin, trasformata da Garbisi, e poi a una difesa disperata e organizzata che ha retto fino all’ultimo secondo.

Oltre la storica vittoria, la costruzione di un’identità

È fin troppo facile, nello sport, cadere nell’agiografia. Ma qui non si tratta solo di una vittoria, per quanto storica contro un avversario mai battuto in trentatré tentativi. Si tratta di un processo, di una lenta e paziente costruzione iniziata anni fa e portata avanti con intelligenza da Quesada, che ha portato freschezza e consapevolezza. L’Italia non è più quella squadra che subiva rimonte o che si scioglieva come neve al sole nei momenti cruciali. Contro l’Inghilterra, sotto di otto punti e con un uomo in meno per il giallo a Nicotera, avrebbe potuto smarrirsi. Invece ha stretto i denti, ha aspettato il momento giusto e ha colpito con la ferocia dei predatori. E mentre gli inglesi si interrogano sull’ennesima débâcle – quattro vittorie in quattordici trasferte dal 2020 – l’Italia si gode un presente fatto di gioco, sostanza e carattere. La percezione, per usare le parole di Lamaro, non è più legata a ciò che potrebbero fare, ma a ciò che fanno, concretamente, sul campo.

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