La prima volta dell’Italia contro l’Inghilterra, Lamaro e quella meta che sa di impresa storica al Sei Nazioni
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
C’è chi su quel pallone ci vive, chi ci costruisce le proprie fortune e chi, come Michele Lamaro, ne ha fatto una ragione di vita sportiva, un territorio di conquista quotidiana. Il breakdown, quella fase caotica e brutale in cui il placcaggio si trasforma in una mischia ordinata e i corpi si trasformano in ostacoli da superare per impossessarsi dell’ovale, è da sempre il suo regno. Ed è stato proprio lì, in quella giungla di maglie bianche e azzurre, che il capitano dell’Italrugby ha messo il sigillo finale su una partita che mancava all’appello da trentadue tentativi andati a vuoto, una partita che sapeva di storia, di riscatto e di una maturità tecnica finalmente raggiunta. Sabato all’Olimpico, contro un’Inghilterra che pure era partita con il favore del pronostico e con il peso di una tradizione lunga un secolo, gli azzurri hanno confezionato un 23 a 18 che resterà negli annali, una vittoria costruita con i denti, con il cuore e con quella lucida follia che contraddistingue le imprese memorabili.
Il peso di trentacinque anni e la notte di Huddersfield
Per comprendere la portata di quello che è accaduto sull’erba dello stadio romano, bisogna tornare indietro di oltre un quarto di secolo, a una serata fredda e umida del novembre 1998, quando ad Huddersfield, in Inghilterra, un’altra Italia, capitanata da Massimo Giovannelli, usciva dal campo dell’Alfred McAlpine Stadium con la consapevolezza amara di aver sfiorato il colpaccio. Era il 22 novembre, e una pioggia sottile accompagnava i sogni di quegli azzurri che, contro ogni pronostico, avevano messo in difficoltà i maestri del rugby, cedendo solo nel finale per 23 a 15 con una meta contestata a Troncon, un’ombra rimasta lì, sospesa, per tutti questi anni. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, e la nazionale italiana ha imparato a vincere contro francesi, scozzesi, gallesi e persino sudafricani e australiani, ma l’Inghilterra, quella con la rosa cucita sul petto, era rimasta l’unica, vera, ossessione. Fino a sabato, quando il tabù è stato sfatato davanti a settantamila persone e a una marea di bandiere inglesi, quelle stesse bandiere che già la mattina invadono i bar della capitale, e che nel finale hanno dovuto fare i conti con una realtà inaspettata.
L’analisi di una battaglia vinta punto a punto
La partita, nella sua complessità tattica, ha vissuto di fasi alterne, di momenti in cui l’Italia sembrava poter scappare via e di altri in cui l’incubo della sconfitta riaffiorava prepotente. Gli inglesi, solidi e cinici, avevano chiuso il primo tempo in vantaggio per 12 a 10, approfittando di una palla persa maldestramente da Lorenzo Cannone che aveva spianato la strada alla meta di Roebuck, e nella ripresa avevano addirittura allungato fino al 18 a 10, complice anche un’inferiorità numerica degli azzurri. Ma è in quel momento, quando tutto sembrava perduto e la fatica iniziava a farsi sentire, che la squadra di Gonzalo Quesada ha tirato fuori qualcosa di diverso, qualcosa che va oltre lo schema e la tattica pura. Paolo Garbisi, con due calci piazzati, ha prima ridotto il distacco e poi, complice anche una certa confusione nella disciplina inglese – con i bianchi costretti a giocare in doppia inferiorità numerica per dieci minuti – ha iniziato a crederci davvero. E poi, nel momento clou, è arrivata la meta di Marin, un’azione travolgente che ha fatto esplodere l’Olimpico e che ha consegnato all’Italia un vantaggio che, questa volta, la difesa è riuscita a preservare fino all’ultimo secondo.
Lamaro e la metafora della volata in salita
A guerra finita, a raccontare cosa significhi portare a casa un risultato del genere, ci ha pensato proprio lui, il capitano, quel Michele Lamaro che per primo ha messo le mani sul pallone nell’ultimo, decisivo raggruppamento. Con una metafora che sa di casa, di pedalate e di salite impegnative, Lamaro ha paragonato la sofferenza e la gioia di quella partita a una volata in montagna del Giro d’Italia. Un’immagine calzante, quella del capitano della nazionale, che restituisce l’idea di una fatica immane, di una tensione muscolare e nervosa portata al limite, e poi lo scatto, quello finale, che ti porta a bruciare sul traguardo chi era partito con i galloni del favorito. Perché l’Inghilterra, in fondo, era proprio come un avversario temibile su una salita alpina: la conosci, sai che prima o poi proverà a staccarti, e l’unica cosa che puoi fare è resistere, restare incollato alla sua ruota, e poi provare a piazzare la stoccata nel momento in cui lui è più vulnerabile. La stampa inglese, del resto, ha parlato chiaro: dal Guardian al Telegraph, hanno riconosciuto i meriti di un’Italia che non ha rubato nulla, che ha messo in campo una prestazione coraggiosa, sporca, difficilissima, e che alla fine ha vinto meritatamente, ridimensionando le ambizioni di una rosa che ora, nel ranking mondiale, scivola indietro, superata dall’Argentina e tallonata da una Scoizia in grande crescita.
Il Terzo Tempo e una notte di festa condivisa
Quando l’arbitro ha sancito la fine, l’Olimpico è diventato un carnevale di colori e di abbracci. Italiani e inglesi, insieme, come vuole la migliore tradizione del rugby, hanno invaso il Peroni Village per il Terzo Tempo, ballando sulle note dei dj che hanno fatto la storia della musica dance, in una mescolanza di popoli e di bandiere che solo questo sport sa regalare. Sul palco sono saliti Monty Ioane e Ignacio Brex, trascinando la folla in un coro che ricordava le notti magiche del 2006, quando, guarda caso, fu sempre l’Inghilterra a cadere sotto i colpi azzurri, seppur in un altro sport. Una coincidenza che sa di destino, di un cerchio che forse si chiude, ma che per l’Italrugby rappresenta soltanto un nuovo inizio. La classifica del Sei Nazioni ora sorride a Francia, Scozia e Irlanda, ma l’Italia, con questa vittoria in tasca e con la consapevolezza di poter finalmente competere alla pari con chiunque, si appresta a chiudere il torneo in Galles, con la voglia di dimostrare che quella contro l’Inghilterra non è stata una meteora, ma il frutto maturo di un lavoro iniziato anni fa e che oggi, finalmente, raccoglie i suoi frutti più dolci.




