Italia storica, Inghilterra battuta per la prima volta: “Rovine romane”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
Quando sabato scorso, allo Stadio Olimpico di Roma, l’arbitro ha sancito la fine dell’incontro, il tabellone luminoso diceva 23-18 per l’Italia, e sugli spalti – gremiti da cinquantasettemila spettatori – c’è stato un attimo di silenzio incredulo, subito dopo squarciato da un boato che sembrava non volersi più spegnere. Gli Azzurri, guidati dal commissario tecnico Gonzalo Quesada, avevano appena realizzato ciò che il movimento rugbistico italiano inseguiva dal lontano 1991: la prima vittoria in assoluto contro l’Inghilterra, maestri indiscussi di questo sport e avversari storicamente dominanti in trentadue confronti ufficiali, tutti puntualmente vinti dalla Rosa. La partita, valida per la quarta giornata del Sei Nazioni, ha visto una Nazionale trasformata, capace di mettere in campo una solidità difensiva e una ferocia agonistica che hanno letteralmente imbrigliato il gioco inglese, costringendolo a errori inusuali e a una frustrazione crescente minuto dopo minuto. L’impresa, per certi versi paragonabile – seppur in un altro sport – al mitico Wembley del 1973 contro la stessa Inghilterra nel calcio, porta la firma di un collettivo che il tecnico argentino, subentrato da pochi mesi, ha saputo forgiare nella convinzione e nella pratica quotidiana, cambiando radicalmente l’approccio mentale di un gruppo abituato a subire senza mai riuscire a invertire la rotta.
Una partita perfetta, costruita sulla difesa e sul carattere
Gli Azzurri, scesi in campo con la consapevolezza di chi non ha più nulla da perdere dopo una vita di sconfitte, hanno disputato una gara di straordinaria intelligenza tattica e spietata efficacia nei momenti cruciali. Contro una squadra fisicamente più potente e tecnicamente più attrezzata, l’Italia ha retto l’urto nei punti d’incontro, ha messo in difficoltà la mischia inglese e ha trovato le giocate decisive nei frangenti che contavano, con una precisione sotto i pali che ha fatto la differenza nello score finale. È stato il killer instinct, quella freddezza che distingue le vittime dai vincitori, a fare la differenza nell’economia di un match che gli inglesi – reduci da un terzo posto ai Mondiali – davano per scontato di portare a casa senza eccessivi patemi. Invece, gli uomini di Quesada non hanno mai concesso un attimo di tregua, rispondendo colpo su colpo e piazzando la zampata vincente proprio quando l’Inghilterra sembrava poter prendere il largo. Al termine della contesa, la premiazione di Tommaso Menoncello come migliore in campo ha certificato la prestazione sontuosa di un'intera squadra, con il giovane centro capace di illuminare la manovra e di placcare con una ferocia che ha fatto invidia ai più esperti colleghi d'Oltremanica.
La stampa inglese tra i titoli e l’amarezza di una sconfitta inaspettata
Oltremanica, la notizia è stata accolta con il gelido stupore che riservano le catastrofi sportive. I quotidiani britannici, solitamente prodighi di elogi per i propri beniamini, hanno dovuto questa volta fare i conti con una realtà inedita e amara. La Bbc, nell’edizione online, ha aperto con una riflessione quasi filosofica, sottolineando come il risultato di sabato fosse forse il meno pronosticabile dell’intero torneo, smontando quella sicurezza di ferro che aveva accompagnato la vigilia. Il Guardian ha parlato senza mezzi termini di “vittoria storica” per l’Italia, ricordando – quasi a voler sottolineare l’eccezionalità dell’evento – che si trattava del primo successo azzurro dopo una sequela interminabile di trentadue sconfitte. Ma è stato il Sun, con il suo tipico stile icastico e senza appello, a fotografare al meglio lo stato d’animo dei tifosi inglesi: “Rovine romane” campeggiava in prima pagina, con un occhiello che spiegava come l’Inghilterra avesse scritto una pagina di storia “per il motivo sbagliato”, quella di una sconfitta shock che difficilmente verrà dimenticata. Una débâcle che assume i contorni dell’evento epocale non solo per chi l’ha subita, ma per l’intero equilibrio del torneo, che ora vede l’Italia proiettata verso ambizioni fino a ieri inimmaginabili.
Quesada e la nuova identità azzurra
La metamorfosi di questa Italia, va detto, non è frutto del caso, ma del lavoro certosino di un uomo che ha deciso di partire dalle fondamenta. Gonzalo Quesada, argentino di cinquant’anni cresciuto nel mito di Maradona e con una lunga militanza nel rugby francese, ha imposto fin dal suo insediamento una rivoluzione silenziosa ma profonda. Imparare la lingua italiana, prima di tutto, per parlare direttamente al cuore dei ragazzi e non attraverso interpreti. Poi, l’idea semplice e rivoluzionaria che il miglior attacco sia una difesa impenetrabile, e che la squadra simpatica, quella che incassa le sconfitte con onore e un sorriso, debba essere archiviata per sempre. I giocatori, come ha confessato il capitano Michele Lamaro, hanno recepito il messaggio: Quesada ha insegnato loro che il cuore è il muscolo più importante, e che l’orgoglio e il sacrificio possono colmare il divario tecnico con le grandi potenze del rugby mondiale. E così, sabato prossimo, l’Italia si presenterà sul campo con la consapevolezza di poter puntare a un altro record, forte di una nuova identità che non chiede più permesso a nessuno.




