Le 12 ore di Nicolò Astori nella “Grotta dei Cinghiali Volanti”: masso da 200 chili e salvataggio con tecnica inedita
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Redazione Interno
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Una notte intera, interminabile, a oltre centoventi metri sottoterra, con una gamba letteralmente imprigionata sotto un masso di dimensioni ragguardevoli. È il dramma, a lieto fine, vissuto da Nicolò Astori, il ventenne speleologo di Finale Ligure rimasto bloccato nel pomeriggio di domenica nella cavità nota come “Grotta dei Cinghiali Volanti”, situata nel comune di Garessio, in provincia di Cuneo.
L’allarme – lanciato prontamente dai compagni di escursione che lo hanno visto precipitare in quella trappola di roccia – è scattato intorno alle diciassette, mobilitando immediatamente i tecnici del Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese, supportati poi dai colleghi di Liguria e Lombardia. Lui, comunque, era rimasto sempre lucido e vigile, nonostante il dolore e la pressione di un blocco che, secondo le stime degli esperti, aveva un peso variabile tra i centocinquanta e i duecento chili, se non addirittura di più.
La mobilitazione: cinquantatré esperti in azione
Sarebbe riduttivo parlare semplicemente di “soccorso”; ci troviamo di fronte a una vera e propria operazione di ingegneria in miniatura condotta nel buio e nell’umidità della roccia carsica. Mentre l’orologio biologico del ragazzo correva veloce, i tecnici – suddivisi in squadre specializzate che includevano otto disostruttori e altrettanti sanitari – hanno raggiunto il fondo della cavità, dove hanno allestito un campo medico d’emergenza. L’obiettivo primario, tuttavia, era liberare l’arto schiacciato.
Il masso che lo immobilizzava, probabilmente distaccatosi dalla parete durante il passaggio del giovane, rappresentava un ostacolo enorme non solo per il peso, ma per la posizione angusta in cui si trovava. I soccorritori hanno lavorato per ridurre le dimensioni della roccia, un’opera complessa che richiedeva la massima precisione per non provocare ulteriori cedimenti o ferire l’escursionista.
La tecnica mai usata prima e la risalita
Superata la fase più critica – quella della liberazione fisica avvenuta intorno alle due e trenta di notte – i sanitari hanno potuto valutare le sue condizioni. La sorpresa, a detta degli stessi operatori, è stata notevole: nonostante il trauma e le ore di immobilità forzata, il ventenne era in grado di camminare sulle proprie gambe, seppur dolorante. Ed è qui che entra in gioco l’elemento di novità tecnica che caratterizza questo salvataggio.
Invece di procedere con il consueto (e lentissimo) trasporto in barella lungo i cunicoli strettissimi, i tecnici hanno scelto di fare affidamento sulla collaborazione della vittima, guidandola in una risalita assistita che ha permesso di ridurre drasticamente i tempi di evacuazione. Sebbene l’ambiente ipogeo resti insidioso, questa strategia – definita dagli addetti ai lavori come un approccio quasi “rivoluzionario” per profondità simili – ha consentito a Nicolò Astori di rivedere la luce dell’alba alle cinque e quaranta del mattino.
L’abbraccio ai genitori e le cure ospedaliere
All’uscita della grotta, situata a circa milleduecento metri di quota nell’area carsica di Rocca d’Orse-Val d’Inferno – zona che conta oltre seicento cavità censite – ad attenderlo c’erano i genitori, giunti in fretta e furia dalla Liguria non appena diffuso l’allarme. L’abbraccio, in quella mattina di inizio giugno, è stato il sigillo di una vicenda che avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi. Nicolò, trasferito poi all’ospedale di Mondovì per accertamenti clinici approfonditi, appariva provato ma sostanzialmente integro.
Le parole di ringraziamento ai tecnici, riportate dai media locali, tradiscono la consapevolezza del pericolo scampato: un episodio che, come evidenziato dagli esperti del Soccorso Alpino, riaccende i riflettori sui rischi di queste esplorazioni verticali, ma anche sull’efficacia di un sistema di protezione civile capace di coordinare oltre cinquanta persone in un ambiente dove ogni errore è potenzialmente fatale.




