Haifa, le macerie e un neonato tra i feriti: il contrattacco israeliano sugli impianti iraniani
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La notte non ha fermato le squadre di soccorso che, come segnalato dai paramedici israeliani, continuano a setacciare i detriti dell’edificio residenziale di Haifa colpito da un missile iraniano. Quel condominio, ridotto in gran parte a un cumulo di cemento e travi d’acciaio attorcigliate, rappresenta il teatro più drammatico dell’ultimo scambio diretto tra Teheran e lo Stato ebraico. Nelle operazioni, condotte con l’ausilio di cani molecolari e microfoni geofonici per captare eventuali battiti tra le macerie, i soccorritori hanno finora prestato assistenza a nove persone. Tra queste, un anziano verserebbe in condizioni giudicate gravi – sarebbe stato colpito da un oggetto pesante durante il crollo – mentre altri feriti, tra cui un neonato, hanno riportato soltanto lievi lesioni da schegge o da onda d’urto.
Un missile balistico e il rischio di un secondo crollo
Secondo quanto riferito dagli stessi operatori della protezione civile israeliana, il missile che domenica ha centrato il palazzo di Haifa era un’arma balistica di fabbricazione iraniana, capace di perforare i solai prima dell’esplosione. L’impatto ha innescato un incendio immediato, domato solo dopo ore di lavoro, e ha compromesso la statica dell’intero fabbricato. I vigili del fuoco, che hanno dovuto operare in un perimetro di sicurezza continuamente ampliato, segnalano infatti un elevato rischio di crollo parziale o totale: una circostanza che rende ogni spostamento tra le lamiere un’operazione ad altissima tensione. Al momento, tre persone risultano ufficialmente disperse, e i soccorritori non escludono che possano trovarsi ancora sotto i calcinacci.
Il raid israeliano su Mahshahr: cinque morti e una rivendicazione
Nelle stesse ore, l’attenzione si è spostata sulla provincia iraniana del Khuzestan, dove i media statali di Teheran hanno denunciato un raid aereo contro i siti petrolchimici di Mahshahr. L’attacco, rivendicato senza ambiguità dall’esercito israeliano, avrebbe causato almeno cinque vittime e un numero non meglio precisato di feriti. Le immagini diffuse dalle agenzie locali mostrano colonne di fumo nero sollevarsi dai serbatoi in fiamme, mentre i vigili del fuoco iraniani tentano di circoscrivere l’incendio. Benjamin Netanyahu, nel confermare la responsabilità dell’operazione, ha dichiarato che quegli impianti non servivano a fini civili, ma erano “utilizzati per produrre materiali per esplosivi, missili balistici e altre armi”. Una versione che, se accreditata, trasformerebbe il bombardamento in un atto di legittima difesa preventiva agli occhi del governo israeliano.
Feriti, neonati e la sfida dei soccorsi notturni
L’ospedale Bnei Zion di Haifa ha ricevuto i primi feriti ancora prima che le ambulanze terminassero il triage sul posto. I paramedici hanno raccontato di aver estratto un uomo anziano privo di sensi – quello poi ricoverato in rianimazione – e accanto a lui un neonato la cui culla era stata schiacciata da una trave, ma che inspiegabilmente aveva riportato solo qualche escoriazione. Le tre persone uscite con ferite lievi, compreso il piccolo, sono state giudicate guaribili in poche ore. I soccorritori hanno lavorato a turni serrati, usando martelli pneumatici e cesoie idrauliche per rimuovere blocchi di cemento armato senza provocare nuovi crolli. Nessuno di loro, va detto, ha voluto rilasciare dichiarazioni ufficiali sulla possibilità di trovare ancora vivi i dispersi: una cauteria che, nel linguaggio tecnico dei vigili del fuoco, suona spesso come un presagio.




