La lunga giornata delle urne: il Perù sceglie (di nuovo) il futuro tra Novegro e Lima
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Redazione Esteri
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Mentre a Roma si discuteva di poltrone e maggioranze, in un’altra capitale sudamericana, Lima, si giocava una partita ben più strutturale per l’equilibrio andino. È domenica 12 aprile, e in Perù si sono aperte ufficialmente le urne per le elezioni generali, un appuntamento che, a giudicare dal numero di schede e di candidati, somiglia più a un censimento del malcontento che a una tornata elettorale tradizionale. Si vota per il presidente, per i 130 membri della nuova Camera dei Deputati, per i 60 senatori e per i rappresentanti al Parlamento Andino, in quella che è forse la scheda elettorale più lunga e complessa mai stampata nella storia recente del paese.
Sono esattamente trentacinque i candidati in corsa per la poltrona di Palacio de Gobierno, un numero record che da solo racconta la diaspora del consenso e la polverizzazione delle vecchie oligarchie partitiche. A guidare i sondaggi – anche se con un margine che definire risicato è un eufemismo – troviamo Keiko Fujimori, leader di Fuerza Popular e figlia dell’ex presidente Alberto, ormai giunta alla sua quarta discesa in campo. La sua candidatura, che porta con sé il peso di un cognome capace di dividere il paese come pochi altri, viaggia su percentuali di consenso che raramente superano la quindicina per cento, un dato che evidenzia quanto sia profondo il solco di sfiducia lasciato dagli ultimi dieci anni di crisi istituzionale.
L’ossessione per la sicurezza, alimentata da un’impennata di omicidi e estorsioni che ormai paralizza l’economia quotidiana delle piccole imprese, sembra aver oscurato qualsiasi dibattito ideologico. Così, accanto ai nomi tradizionali della politica, spuntano outsider come Carlos Álvarez, un comico divenuto fenomeno politico grazie a un linguaggio da "mano dura" che ricorda certe esperienze sudamericane e nordamericane. Rafael López Aliaga, ex sindaco di Lima, rappresenta invece l’ala più conservatrice e religiosa, proponendo soluzioni drastiche come le colonie penali in Amazzonia per i criminali.
Mentre Lima affronta questa bolgia di schede e preferenze, a Novegro, nell’hinterland milanese, il Perù ha allestito il suo seggio più strategico d’Europa. L’affluenza prevista supera le trentamila persone, un’invasione pacifica di cittadini sudamericani residenti in Lombardia e Veneto che si riverseranno nei padiglioni del Parco Esposizioni dalle sette del mattino fino alle cinque del pomeriggio. È una macchina organizzativa imponente, voluta e coordinata dal Consolato Generale a Milano, che testimonia come il voto estero sia ormai un pezzo fondamentale – e spesso decisivo – del puzzle elettorale peruviano.
Per chi guarda al respiro internazionale della vicenda, la posta in gioco non è solo la poltrona di Lima. Il Perù sta attraversando quella che gli analisti definiscono la “decade perduta” della politica: dal 2016 a oggi, il paese ha cambiato otto presidenti, un valzer di dimissioni, impeachment e interpretazioni creative della “incapacità morale” che ha logorato le fondamenta dello Stato. L’ultimo capitolo di questa telenovela istituzionale si è scritto a febbraio, con l’elezione di José María Balcázar, un ottantatreenne ex giudice di sinistra, chiamato a fare da reggente per soli cinque mesi prima di passare il testimone al vincitore di queste elezioni.
Il ritorno della bicameralità e il peso della miniera
Non è solo una partita per la presidenza, però. La riforma che riporta il paese al sistema bicamerale, dopo oltre trent’anni di monocameralismo, promette di cambiare le regole del gioco. L’elezione di un Senato separato, con funzioni di controllo costituzionale, e di una Camera dei Deputati dedicata alla fiscalizzazione territoriale, mira a spezzare quella dinamica perversa che ha permesso a minoranze ostruzionistiche di far fuori capi di Stato con una facilità inquietante. Nei fatti, serviranno maggioranze qualificate di due terzi in entrambi i rami per rimuovere un presidente, un tentativo evidente di mettere fine alla sindrome del "presidente ad interim" che ha paralizzato il paese.
Se la politica è un caos, l’economia reale sembra invece procedere per conto suo, trainata da una banca centrale che agisce come un parafulmine tecnico isolato dalle intemperie politiche. Tuttavia, a oscurare i dati macroeconomici c’è un’emergenza silenziosa, quasi rimossa dalla campagna elettorale: l’esplosione del mining illegale. Secondo le proiezioni, questo business ha generato oltre 11 miliardi di dollari nel solo 2025, superando ormai il narcotraffico come principale fonte di ricchezza illecita. La corsa all’oro, alimentata dai prezzi record del metallo, sta divorando l’Amazzonia, avvelenando i fiumi con il mercurio e penetrando nelle riserve indigene con una violenza che nessun candidato sembra voler davvero affrontare nei dibattiti. La maggior parte dei programmi di governo tace su questo tema, o lo affronta con proposte generiche, lasciando campo libero a una economia sommersa che ormai contamina ogni strato della società.
La lunga notte dei trentacinque
Ma torniamo alle schede. La complessità tecnica del voto è impressionante: la cédula di voto, larga almeno 42 centimetri, presenta cinque colonne verticali distinte (presidente, senatori nazionali, senatori regionali, deputati e Parlamento Andino), permettendo ai cittadini il cosiddetto "voto cruzado", ovvero la possibilità di scegliere partiti diversi per ogni carica. Una libertà che, in un contesto di tale frammentazione, rischia di produrre un esecutivo ancora più debole, costretto a negoziare con un parlamento magmatico dove decine di formazioni si spartiscono le poltrone.
Mentre la giornata volge al termine, l’attenzione si sposta da Novegro a Lima, in attesa dei primi exit poll. La sensazione, palpabile tra gli osservatori, è che questo voto segni meno un nuovo inizio e più l’ennesimo atto di una crisi cronica. Keiko Fujimori, nonostante i suoi tre fallimenti passati e le altissime percentuali di disapprovazione (che toccano punte tra il 70 e l’80 per cento), resta l’ago della bilancia. Ma la vera sorpresa potrebbe arrivare dal candidato che saprà intercettare meglio la rabbia per l’insicurezza, o quello che riuscirà a mobilitare le sacche di indecisi, che in alcune rilevazioni sfiorano il 17%.
In attesa del verdetto, che in caso di ballottaggio slitterebbe al 7 giugno, il Perù dimostra ancora una volta la sua resilienza paradossale. Il paese va avanti, si reca ai seggi in massa (con voto obbligatorio, pena una multa), e cerca di disciplinare il caos attraverso la scheda. Se questa sia una terapia o solo un palliativo per una repubblica che sembra non riuscire più a trovare una guida stabile, sarà la lunga notte elettorale a dirlo.




