Mortal Kombat II fa flop fuori dagli usa, mentre “Il diavolo veste Prada 2” continua a macinare incassi

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è chi scommette sui combattimenti all’ultimo sangue e chi invece, con ben più astuzia, punta sui tacchi a spillo e sui maglioncini cerulei. Il botteghino – si sa – è un giudice spietato, e in questa stagione ha emesso una sentenza che pochi, forse, si aspettavano: Mortal Kombat II, il sequel dell’action fantasy ispirato al celebre videogioco, arranca fuori dai confini nazionali, mentre Il diavolo veste Prada 2 consolida la sua posizione di leadership, incrementando ulteriormente gli incassi dopo un debutto già promettente. I 40 milioni di dollari raccolti in patria dal film tratto dal picchiaduro più sanguinario della storia dei videogame, infatti, non trovano conferma sui mercati internazionali: un dato, quest’ultimo, che gli analisti leggono come un campanello d’allarme per una produzione costosissima in termini di effetti speciali e diritti di adattamento.

I numeri che pesano: secondo posto negli Usa, terzo in Italia

L’adrenalina, da sola, non basta a riempire le sale. *Mortal Kombat II* – nonostante un roster di personaggi ampliato e una fedeltà quasi maniacale all’estetica del gioco originale – si deve accontentare di un secondo posto negli Stati Uniti. In Italia, la patria del doppiaggio e di un pubblico tradizionalmente affezionato al brand, il film apre addirittura in terza posizione, scavalcato non solo dal sequel con Meryl Streep ed Emily Blunt ma anche da altre pellicole di mezza stagione. È una sconfitta netta, se si considera che l’operazione era stata costruita per attirare sia i nostalgici degli arcade anni Novanta sia i nuovi spettatori cresciuti con le riedizioni del gioco. I tacchi a spillo, in questa strana resa dei conti generazionale, hanno avuto la meglio sui calci volanti e sulle fatality.

Spoiler e scelte narrative: la morte (poco sorprendente) di un personaggio e l’esclusione di Tremor

Ora che la pellicola è finalmente nelle sale, i realizzatori si sono lasciati andare in diverse dichiarie alla stampa, commentando anche quelli che sono veri e propri spoiler sulla trama. A quanto pare, le sorti di uno dei personaggi del sequel sarebbero state decise dalle espresse richieste dei fan del videogame, ascoltati durante la fase di sceneggiatura. *Mortal Kombat II* mostra la morte di diversi combattenti, ma una tra queste è stata probabilmente la meno sorprendente di tutte: una scelta che ha fatto discutere meno di quanto ci si potrebbe aspettare, quasi fosse un atto dovuto verso la mitologia del brand. Molto più spinoso, invece, il caso di Tremor. Il combattente amato dai seguaci più accaniti è rimasto fuori dalla versione finale del film, nonostante fosse stato inizialmente inserito nel copione. Lo sceneggiatore Jeremy Slater ha confermato che il personaggio avrebbe dovuto affrontare Sonya Blade in una sequenza d’azione dedicata, sfruttando poteri legati a lava e metallo per creare uno dei combattimenti più spettacolari del sequel. Poi, durante la fase di riscrittura, è stato eliminato per ragioni puramente narrative: non c’era spazio, si è detto, e certi eccessi di fan service rischiavano di appesantire una struttura già carica di sottotrame.

Addio all’arcana: Slater corregge il tiro del primo film

C’è un altro elemento, però, che segna una vera e propria inversione di rotta rispetto al film del 2021. Jeremy Slater – lo stesso sceneggiatore – ha parlato apertamente della scelta di abbandonare l’“arcana”, quel sistema di poteri introdotto nel primo capitolo che non aveva convinto per niente il pubblico. “Era qualcosa a cui i fan più accaniti non avevano mai risposto bene”, ha dichiarato a IGN. E ha aggiunto, con una franchezza rara nel cinema di franchise: “È diventato un po’ i nostri midi-chlorian – spiegavamo qualcosa che non volevano necessariamente che venisse spiegato”. Un’ammissione pesante, che getta luce su un ripensamento tecnico ma anche filosofico: l’arcana, nel primo *Mortal Kombat*, cercava di razionalizzare l’irrazionale, di tradurre in regole magiche ciò che dovrebbe restare istinto puro, violenza viscerale e mistero. Nel sequel, quella spiegazione è stata accantonata. E forse, paradossalmente, è proprio questa rinuncia a voler “giustificare” ogni cosa l’unica vera mossa vincente di un film che, fuori dagli Stati Uniti, continua a perdere colpi.

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