Mortal Kombat II fa flop fuori dagli Usa, Il diavolo veste Prada 2 ancora primo
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Redazione Cultura e Spettacolo
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I quaranta milioni di dollari incassati in patria – un risultato che, sulla carta, certifica un discreto interesse da parte del pubblico americano – non trovano purtroppo alcuna conferma sui mercati internazionali per il film ispirato al celebre picchiaduro NetherRealm. L’action fantasy ricco di arti marziali e combattimenti si deve accontentare di un secondo posto negli Stati Uniti, mentre la situazione peggiora ulteriormente in Italia, dove debutta addirittura in terza posizione. Il confronto con l’altra grande uscita del momento, il sequel de “Il diavolo veste Prada”, è impietoso: da una parte i tacchi a spillo e i maglioncini cerulei di Miranda Priestly continuano a dominare il botteghino, dall’altra l’adrenalina di Johnny Cage e dei suoi compagni non riesce a scalfire il predominio della moda.
L’ascesa inarrestabile di Miranda Priestly e il tonfo europeo di “Mortal Kombat II”
A onor del vero, la concorrenza nel weekend appena trascorso non è mancata, eppure il fascino esercitato da Meryl Streep e dal ritorno di Anne Hathaway si è rivelato semplicemente irresistibile. Consolidando un debutto già record che lo aveva reso la miglior apertura del 2026 in Italia, il secondo capitolo della storia ambientata nel mondo della moda aggiunge infatti altri sei milioni e mezzo di euro nel Bel Paese, raggiungendo un totale di quasi venticinque milioni in sole due settimane. Oltreoceano, la situazione non è da meno: quarantatré milioni di dollari portano il parziale a centoquarantacinque, mentre a livello globale la commedia corale ha già superato abbondantemente i quattrocento milioni di dollari. Un andamento completamente diverso, questo sì, quello di “Mortal Kombat II”. Il film di Simon McQuoid, nonostante un’apertura da quaranta milioni raccolti in tremilacinquecentotré sale americane, crolla miseramente non appena si varca il confine nazionale: i ventitré milioni totalizzati all’estero – dei quali solo quattrocentosettantaseimila euro provenienti dall’Italia, dove l’uscita è praticamente passata inosservata – fotografano un flop pesante, con un globale che stenta a raggiungere i sessantatré milioni a fronte di un budget di produzione lievitato fino a ottanta.
Addio all’Arcana: lo sceneggiatore ammette l’errore e riparte dalle fondamenta
A differenza del precedente capitolo, che aveva tentato di introdurre una mitologia inedita legata ai poteri degli eroi, questo sequel compie una scelta narrativa radicale che riguarda la gestione delle abilità soprannaturali. L’arcana – quel concetto, se vogliamo, un po’ fumoso introdotto nel film del 2021 per giustificare l’acquisizione dei superpoteri – viene qui completamente abbandonata, quasi come se non fosse mai esistita. A rivelarlo è lo stesso sceneggiatore, Jeremy Slater, il quale ha parlato apertamente delle pressioni ricevute dai fan più accaniti della saga videoludica. “L’arcana era qualcosa a cui i fan più accaniti non avevano mai risposto bene”, ha spiegato a IGN. “È diventato un po’ i nostri midi-chlorian: spiegavamo qualcosa che loro non volevano necessariamente che venisse spiegato”. Una scelta, questa, dettata dalla volontà di non contraddire frontalmente il film precedente – nessun retcon o messa in discussione esplicita di quanto visto – ma nemmeno di raddoppiare la posta su elementi che il pubblico non gradiva, preferendo piuttosto una soft cancellation che cancella l’arcana senza fare troppo rumore.
La morte nel torrente: un finale che spalanca le porte a un terzo capitolo
Ed è proprio questa rinuncia a complicare l’universo narrativo a permettere a “Mortal Kombat II” di entrare finalmente nel cuore del torneo, trasformando il racconto in una guerra tra regni dove la morte smette di essere un limite definitivo. Nel lungometraggio, il destino dei vari combattenti viene riscritto più volte, e alcuni tra gli eroi più amati – basti pensare a Liu Kang, Jax e persino al divisivo Cole Young, introdotto nel primo film – cadono sotto i colpi di Shao Kahn in circostanze brutali. Tuttavia, a differenza di quanto si potrebbe pensare, questi decessi non rappresentano affatto un punto di non ritorno. La presenza del negromante Quan Chi, catturato dai superstiti proprio nella scena finale, offre una giustificazione narrativa per future resurrezioni, suggerendo che i guerrieri caduti potrebbero tornare come revenant o addirittura in版本i trasformate. Lo sceneggiatore non ha mai nascosto questa ambiguità, ammettendo che alcune morti sono state scritte non come un addio definitivo, ma come l’inizio di un puzzle più grande; in questo senso, il film agisce più come un ponte verso il terzo capitolo che come una conclusione autonoma, e il pubblico si interrogherà proprio sulla natura di queste scene – mentre inizialmente erano state scritte due scene post-credit, la produzione ha infine deciso di cestinarle, lasciando che fosse il della narrazione a parlare da sé.




