Il caso Jason Arday, il professore di Cambridge e il prezzo dell'ideologia woke
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Redazione Esteri
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La tragica fine del sociologo Jason Arday, trovato morto nella sua abitazione di Battersea lo scorso 14 agosto, ha scosso profondamente il Regno Unito, sollevando un vespaio di polemiche che hanno varcato i confini nazionali per approdare anche in Italia, dove la vicenda è ancora poco nota ma merita di essere raccontata.
A 41 anni, il professore che era stato celebrato come il più giovane docente di colore nella storia dell'Università di Cambridge, è stato travolto da un ciclone mediatico seguito ad accuse di plagio e di aver costruito la propria carriera su un impianto biografico quantomeno fantasioso, se non apertamente mendace.
La sua morte, che Scotland Yard ha definito «non sospetta» aprendo di fatto alla pista del suicidio, ha innescato un acceso dibattito che vede contrapposte due narrazioni: da un lato, quella di una «caccia alle streghe» a sfondo razziale orchestrata da una stampa reazionaria; dall'altro, quella di un sistema accademico e culturale che, pur di sventolare i vessilli dell'agenda DEI (Diversità, Equità e Inclusione), ha innalzato un uomo a simbolo intangibile, finendo per stritolarlo in una spirale di aspettative e falsi miti.
L'ascesa e la caduta di un simbolo
La parabola di Jason Arday sembrava uscita da un manuale di storytelling progressista: figlio di immigrati ghanesi, cresciuto in un quartiere popolare di Londra, diagnosticato con un disturbo dello spettro autistico che lo aveva reso non verbale fino agli undici anni e impossibilitato a leggere e scrivere fino alla tarda adolescenza.
Un percorso di riscatto incredibile che lo aveva portato a conseguire un dottorato di ricerca e, nel febbraio del 2023, a essere assunto da Cambridge come professore di sociologia dell'educazione, un traguardo che l'ateneo aveva esaltato come un trionfo delle politiche di inclusione.
La sua storia era troppo perfetta per non essere raccontata, e così Arday era diventato il volto di un'idea, un esempio vivente di come il merito potesse trionfare sulle barriere sociali, alimentando un circuito di prestigio che lo aveva portato a firmare un contratto con la casa editrice Simon & Schuster per un memoir e a ricevere attenzioni mediatiche sproporzionate per un accademico.
Tuttavia, come spesso accade quando si costruiscono miti su fondamenta fragili, il castello di carte ha cominciato a vacillare quando, lo scorso luglio, sono emerse le prime crepe: Nathan Cofnas, un ricercatore dell'Università di Ghent definitosi «realista razziale» e già noto per le sue posizioni controverse sulla meritocrazia, ha reso pubbliche le sue analisi, sostenendo che la tesi di dottorato di Arday conteneva «molti passaggi sollevati con modifiche minime» da altri lavori, conservando persino errori di editing delle fonti originali.
Le accuse, prontamente riprese dal Times e dal Telegraph, hanno scatenato una valanga di articoli, oltre 249 in soli 22 giorni secondo le stime di alcuni osservatori, che hanno messo in discussione non solo la sua produzione scientifica ma anche le sue strabilianti imprese sportive, come la presunta corsa di trenta maratone in trentacinque giorni, e le cifre astronomiche raccolte per beneficenza, che si sono rivelate clamorosamente gonfiate.
La macchina del fango e il linciaggio al contrario
Di fronte a questa escalation, la sinistra politica e intellettuale britannica si è schierata in massa in difesa di Arday, denunciando una «campagna di odio» a sfondo razzista. Il rettore di Cambridge, lord Chris Smith, ha parlato di una «caccia alle streghe, alimentata dal razzismo», mentre il sindaco di Londra Sadiq Khan ha definito l'operato dei media una «gogna pubblica perniciosa».
La deputata laburista Diane Abbott, intervenendo alla veglia di Trafalgar Square che ha visto la partecipazione di oltre trentamila persone, ha attaccato la «viscosa e amara campagna mediatica» scatenata da «persone che non credevano che un uomo nero potesse essere professore a Cambridge». Oltre 100.000 persone hanno firmato una petizione, lanciata dal Good Law Project, per chiedere al governo di Andy Burnham un'inchiesta pubblica sul ruolo della stampa nella morte del docente.
Eppure, come ha osservato Melanie McDonagh sullo Spectator, citata da un'analisi di Tempi, nel tentativo di difendere il simbolo, molti hanno dimenticato l'uomo, e le domande scomode sulla veridicità del suo curriculum sono state liquidate come un atto di razzismo, creando un cortocircuito perverso: chiunque mettesse in dubbio il mito Arday rischiava di essere bollato come razzista, come ha candidamente ammesso il giornalista James O'Brien al Telegraph, e questo ha impedito per mesi qualsiasi verifica sostanziale.
Arday, che si era dimesso il 5 agosto dopo che Cambridge aveva annunciato un'indagine interna sulla sua nomina, è stato così vittima di un meccanismo che, paradossalmente, è l'esatto opposto del razzismo che si intendeva combattere: un'accademia e una classe dirigente che, pur di sbandierare un simbolo di inclusività, hanno abbassato gli standard di scrutinio, esponendo un uomo fragile a un'attenzione mediatica che non avrebbe mai retto, trasformandolo in un capro espiatorio di una guerra culturale che lo ha divorato.
Le responsabilità di un sistema che celebra la finzione
L'accusatore principale di Arday, Nathan Cofnas, è stato sospeso dall'Università di Ghent, che ha aperto un procedimento disciplinare nei suoi confronti per «discriminazione». Ma la sua rimozione non cancella le domande di fondo che il caso solleva e che molti, nel coro di condanna ai media, preferiscono ignorare.
Come è stato possibile che un dottorato con così tanti passaggi problematici sia stato approvato e che nessuno lo abbia esaminato per oltre un decennio? Perché nessuno ha mai verificato, nei siti universitari, le cifre gonfiate delle raccolte fondi, dati pubblici e facilmente controllabili su piattaforme come JustGiving?.
La risposta, per quanto scomoda, è che il sistema ha smesso di fare le verifiche perché farlo su una persona come Arday, un «poster child» della diversità, avrebbe inevitabilmente esposto a pesantissime accuse di razzismo, un costo reputazionale ritenuto troppo alto. Le università, desiderose di mostrarsi all'avanguardia sulle politiche DEI, hanno scelto di non vedere, o di vedere solo ciò che faceva comodo, alimentando una competizione al ribasso che ha finito per premiare la narrazione rispetto alla sostanza.
Il risultato è che la storia di Arday, un uomo con evidenti fragilità e con un passato di grandi sofferenze e difficoltà, è stata usata come un trofeo da esibire, per poi essere abbandonato al suo destino quando le contraddizioni sono divenute troppo evidenti, in un gioco al massacro in cui tutti, dalla stampa conservatrice all'accademia progressista, hanno avuto la loro parte di responsabilità.
La vicenda di Jason Arday, al di là dei facili processi e delle strumentalizzazioni politiche, rimane una dolorosa lezione sui pericoli di un'ideologia che, anteponendo l'identità al merito e il simbolo alla realtà, finisce per creare mostri sacri destinati a essere divorati.
La richiesta di un'inchiesta sulla stampa è legittima, ma non può diventare l'alibi per non guardare in faccia le responsabilità di un mondo accademico che ha tradito la sua missione di ricerca della verità per inseguire il consenso politico, trasformando un uomo in un vessillo e poi in un capro espiatorio.
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