La caccia al professore: il suicidio di Jason Arday e la sospensione del suo accusatore
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Redazione Esteri
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La vicenda che ha sconvolto il mondo accademico britannico ha assunto una piega inattesa nelle ultime ore, con il coinvolgimento diretto di un ateneo del Belgio. La morte del professore di Cambridge Jason Arday, avvenuta il 14 agosto scorso in circostanze ancora da chiarire, ha scatenato un acceso dibattito sui limiti della libertà di espressione e sul ruolo dei media.
In questo clima di forte tensione, l'Università di Ghent ha deciso di sospendere Nathan Cofnas, il ricercatore statunitense che per primo aveva sollevato le accuse di plagio nei confronti di Arday, scatenando la bufera mediatica che ne ha segnato gli ultimi giorni di vita.
Jason Arday, 41 anni, era diventato nel 2023 il più giovane professore nero mai nominato a Cambridge, un traguardo che lo aveva reso un simbolo delle politiche di inclusione e diversità (DEI) nell'istruzione superiore.
La sua ascesa, però, si era trasformata in un dramma quando, nelle settimane precedenti al decesso, era stato bersaglio di un'ondata di critiche. Cofnas, che si autodefinisce un "realista della razza" e che aveva già perso un incarico a Cambridge nel 2024 per le sue posizioni controverse, aveva pubblicato articoli e dichiarazioni in cui metteva in dubbio l'integrità accademica di Arday, sostenendo che la sua tesi di dottorato e altri lavori contenevano numerosi passaggi plagiari.
Le accuse e le difese
Le accuse di Cofnas, che aveva utilizzato software per la rilevazione del plagio, non si limitavano ai testi accademici. Avevano messo in discussione anche alcuni dei traguardi personali dichiarati da Arday, come le maratone e le raccolte fondi per beneficenza. Di fronte a queste contestazioni, Arday aveva sempre respinto le accuse di frode, ammettendo la possibilità di errori nei suoi primi lavori, che attribuiva alla sua condizione di autismo e alla mancanza di una supervisione adeguata, ma ribadendo la propria onestà intellettuale.
La Liverpool John Moores University, che gli aveva conferito il dottorato nel 2015, aveva già esaminato le accuse di plagio in precedenza, archiviandole come frutto di "errore onesto e ragionevole".
La pressione mediatica, tuttavia, era diventata insostenibile e Arday si era dimesso dalla cattedra il 5 agosto, dichiarando che il suo gesto non doveva essere interpretato come un'accettazione delle accuse. Due giorni dopo, l'università aveva annunciato un'indagine interna sulle circostanze della sua nomina. La tragedia si è consumata il 14 agosto, quando Arday è stato trovato senza vita nella sua abitazione a Battersea, nel sud di Londra.
La polizia ha definito la morte come "inaspettata" ma, in un primo momento, non sospetta.
La reazione dell'ateneo belga
La sospensione di Nathan Cofnas dall'Università di Ghent è stata motivata proprio dalle sue "recenti dichiarazioni pubbliche" riguardanti Arday. In un comunicato, il rettore Petra De Sutter e il vice-rettore Herwig Reynaert hanno sottolineato che l'ateneo si oppone a "discriminazione, odio e razzismo" e che, pur difendendo la libertà accademica, questa "non è illimitata" e va di pari passo con la responsabilità.
La decisione è arrivata dopo che Cofnas aveva dichiarato di essere sotto indagine per discriminazione nei confronti di Arday, prevedendo di essere quasi certamente licenziato.
Questa misura disciplinare ha infiammato ulteriormente il dibattito. Da un lato, i sostenitori di Arday, che lunedì 17 agosto hanno riempito Trafalgar Square in una veglia di commemorazione, hanno accolto la notizia come un atto dovuto. La folla, che secondo alcune stime ha superato le 30.000 persone, ha intonato cori di "shame on the media" e ha ascoltato gli interventi di figure come la deputata laburista Diane Abbott, che ha parlato di una "campagna mediatica feroce e amara".
Dall'altro lato, il provvedimento è stato criticato da chi vede in Cofnas un capro espiatorio e teme che la sua sospensione possa avere un effetto deterrente sulla libertà di ricerca.
Un caso che scuote l'accademia
La morte di Jason Arday e la sospensione di Nathan Cofnas hanno riacceso il dibattito sull'equilibrio tra la doverosa tutela dell'integrità accademica e la necessità di proteggere i ricercatori da quelle che il cancelliere di Cambridge, Lord Chris Smith, ha definito "frenesie razziste". Il caso ha sollevato interrogativi profondi sul modo in cui le università gestiscono le nomine di alto profilo e sulla responsabilità dei media nell'amplificare polemiche che possono avere conseguenze devastanti.
La richiesta di un'inchiesta pubblica indipendente, sostenuta da decine di accademici e da una petizione che ha raccolto oltre 90.000 firme, testimonia la portata della crisi di fiducia che ha investito il sistema. Mentre l'università di Cambridge porta avanti le proprie verifiche, la vicenda rimane un monito sulla fragilità delle vite pubbliche nell'era dei social media e sull'urgenza di ripensare i confini del dibattito accademico.
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