Nordio prende le distanze dalla sua capa di gabinetto: “Si scusi per l’attacco ai magistrati”
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Redazione Interno
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Il caso politico, destinato ad agitare le acque già torbide della campagna referendaria sulla giustizia, esplode da una dichiarazione televisiva andata in onda sabato scorso su Telecolor, emittente siciliana, nel corso della trasmissione “Il Punto” condotta da Luca Ciliberti. Ospite in studio, Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, in un acceso botta e risposta con la senatrice di Alleanza Verdi e Sinistra, Ilaria Cucchi, lascia cadere una frase che in poche ore rimbalza su tutti i social network e nei palinsesti dei telegiornali nazionali. “Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione”, scandisce la Bartolozzi, magistrato lei stessa fuori ruolo, nel tentativo di argomentare le ragioni del referendum che chiamerà gli italiani alle urne il 22 e 23 marzo. Un’espressione, quella del plotone d’esecuzione, che nella sua crudezza immediata travalica i confini del dibattito politico per infrangersi contro il muro della forma istituzionale, sollevando un coro di proteste che dalle opposizioni arriva dritto fino allo studio del Guardasigilli.
Il tentativo di chiarimento e la precisazione a freddo
A fronte delle polemiche che montano, con il Partito Democratico che parla di obiettivo finalmente svelato e il Movimento 5 Stelle che chiede a gran voce le dimissioni, la stessa Bartolozzi tenta di ricomporre la frattura attraverso una precisazione rilasciata all’ANSA. La sua, spiega, era un’argomentazione complessa che andrebbe contestualizzata nell’arco di un’ora e mezza di trasmissione, dove avrebbe più volte ribadito come la riforma, piuttosto che colpire le toghe, miri a restituire credibilità a una categoria che quella credibilità, per colpa di una minoranza, avrebbe smarrito. Il riferimento, nelle sue intenzioni ricostruttive, non sarebbe all’intero della magistratura bensì a quella “piccola parte, purtroppo quella correntizzata”, che finirebbe per governare il sistema, oscurando il lavoro silenzioso della maggior parte dei magistrati. Un tentativo di distinguo, il suo, che prova a separare l’istituzione dalla sua rappresentazione più politicizzata, ma che non sembra sortire l’effetto sperato nel placare gli animi.
La reazione del ministro Nordio e il richiamo all’ordine
Nel tardo pomeriggio, la presa di posizione che molti si aspettavano arriva direttamente dal vertice di via Arenula. Il ministro Nordio, interpellato sulla vicenda, sceglie la via della netta separazione, pur senza arrivare a richiedere provvedimenti disciplinari immediati. “Mi dispiace per le parole usate dal mio capo di gabinetto”, dichiara il Guardasigilli, ammettendo che quella frase, per quanto inserita in un confronto televisivo particolarmente acceso e complesso, abbia oggettivamente assunto i contorni di un attacco rivolto all’intera categoria dei magistrati. Un attacco che il ministro, con una mossa volta a ristabilire un equilibrio istituzionale messo a dura prova, prende le distanze in modo chiaro, auspicando che la stessa Bartolozzi, forte anche della sua personale esperienza di magistrato, trovi la misura per porgere le proprie scuse formali per una uscita che, a suo dire, non rispecchierebbe né il suo pensiero più autentico né la stima che lei nutre nei confronti dell’ordine giudiziario.
La questione dell’inchiesta e l’ombra del caso Almasri
A rendere il terreno ancora più scivoloso, e ad alimentare ulteriori interrogativi sul merito delle dichiarazioni, si aggiunge un passaggio successivo dell’intervista televisiva, nel quale la capo di gabinetto aveva fatto un riferimento esplicito alla propria situazione personale. “Io ho un’inchiesta in corso, scapperò da questo Paese”, aveva affermato la Bartolozzi, evocando uno scenario che collega direttamente la sua posizione di indagata nell’ambito del cosiddetto caso Almasri – dove rischia un processo per false informazioni al Parlamento – alla necessità di una riforma della giustizia. Una frase, quest’ultima, che secondo alcuni osservatori finisce per gettare un’ombra ulteriore sulla già complessa partita referendaria, legando le sorti della riforma a un contenzioso personale e sollevando interrogativi sulla serenità di giudizio di chi, in un ruolo di così alta responsabilità, associa il proprio timore di un procedimento penale all’esito di una consultazione popolare.




