Lavitola in carcere, la strategia per il Riesame: i legali puntano a far cadere l'aggravante mafiosa
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Redazione Interno
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La memoria difensiva che gli avvocati Sergio e Arturo Cola si apprestano a depositare presso il Tribunale del Riesame di Roma, in attesa che venga fissata la data dell'udienza, mira a ottenere un duplice risultato per Valter Lavitola: l'attenuazione della misura cautelare dagli attuali arresti in regime di carcere duro ai domiciliari e, contestualmente, la caduta dell'aggravante del metodo mafioso, un'ipotesi accusatoria che, se confermata, renderebbe la posizione del faccendiere notevolmente più gravosa agli occhi dei magistrati.
L'obiettivo dichiarato è quello di spostare il baricentro dell'inchiesta, allentando la morsa della custodia cautelare per preparare il terreno a una possibile richiesta di scarcerazione, forte di una strategia che punta a ridimensionare il ruolo dell'imprenditore nell'organizzazione dell'attentato, pur senza rinnegare la sua ammissione di responsabilità.
La confessione e la strategia difensiva: "Non volevo fare male"
L'imprenditore, che ha già confessato di essere il mandante dell'attentato dinamitardo che lo scorso ottobre ha devastato l'ingresso dell'abitazione di Sigfrido Ranucci a Pomezia, ribadisce di aver agito con un movente singolare, ovvero quello di tutelare l'incolumità del conduttore di Report, per il quale dice di nutrire un affetto fraterno.
Nel corso dell'interrogatorio di garanzia, durato oltre cinque ore, Lavitola ha sostenuto di aver ideato il piano per costringere le autorità a innalzare il livello di protezione del giornalista, che all'epoca dei fatti era scortato da appena due uomini; dopo l'esplosione, la scorta è stata effettivamente più che raddoppiata, passando a otto agenti.
I legali, forti di questa ricostruzione, proveranno a sostenere l'assenza del rischio di fuga, un punto fondamentale per ottenere i domiciliari, sottolineando come Lavitola, nonostante un passato di latitanza, avrebbe comunicato i propri spostamenti agli inquirenti dopo essere stato perquisito a luglio, pur essendo stato fermato con la valigia in mano mentre era in partenza per Fiumicino.
Il silenzio degli esecutori materiali e il latitante in Camerun
Mentre la difesa di Lavitola tenta di smontare l'impianto accusatorio della Procura, la cui richiesta di custodia in carcere fu avallata dal gip che definì la versione del faccendiere "inverosimile" e "fumosa", il fronte degli esecutori materiali dell'attentato si sta facendo più vivace. I quattro pregiudicati avellinesi, finora avvalosi della facoltà di non rispondere, hanno formalizzato la richiesta di essere sentiti dal pm Edoardo De Santis, spezzando un silenzio che aveva caratterizzato le prime fasi dell'indagine.
Dai verbali emerge che gli avellinesi, in carcere, hanno accolto con esultanza la versione fornita da Lavitola, scambiandosi apprezzamenti sulla sua furbizia e attribuendo gli sviluppi investigativi a presunti tradimenti interni alla fazione dei mandanti piuttosto che a loro eventuali ammissioni.
A complicare ulteriormente il quadro c'è la posizione di Gomes Clesio Tavares, il cittadino camerunense considerato il presunto intermediario tra l'ex editore e il gruppo operativo, che risulta essere latitante in Camerun e che, nonostante la latitanza, continua a rilasciare interviste a distanza, alimentando le indiscrezioni sul caso.
Le ombre sul ruolo di Ranucci e i finanziatori del progetto politico
Le dichiarazioni del faccendiere hanno reso indispensabile per la Procura acquisire nuove informazioni dalla vittima stessa, Sigfrido Ranucci, che non è indagato e che ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento o sospetto riguardo all'attentato, nonché di aver avuto notizie del progetto di Lavitola.
Tuttavia, alcune intercettazioni e la lettera che Lavitola ha inviato alla compagna italo-argentina dal carcere di Rebibbia, in cui scrive di non essere "lucidissimo" e di provare sofferenze e frustrazioni, hanno alimentato i dubbi degli inquirenti, che potrebbero decidere di sentire nuovamente il giornalista per chiarire alcune frasi controverse e il contenuto di alcune chat.
A rendere la vicenda ancora più intricata è l'ipotesi, suffragata dalle intercettazioni, secondo cui Lavitola intendesse utilizzare la popolarità di Ranucci per favorire una sua discesa in campo politica, un progetto per il quale l'imprenditore avrebbe trovato alcuni finanziatori disposti a coprire le spese per sondaggi e attività preparatorie, una pista che la Procura sta approfondendo per comprendere se vi siano altre persone coinvolte nell'ideazione della strategia dell'attentato.
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