Borse europee contrastate, Milano in rosso tra banche e dati Usa

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il quadro che emerge dalle ultime sedute sui listini del Vecchio continente è quello di un’Europa finanziaria che procede a due velocità, con gli indici che chiudono in ordine sparso al termine di una settimana densa di appuntamenti macroeconomici e caratterizzata dalla pubblicazione dei rapporti trimestrali delle società. Se da un lato Londra e Francoforte riescono a mantenersi in territorio positivo, con guadagni rispettivamente dello 0,42 e dello 0,25 per cento, dall'altro Parigi cede qualche frazione e Madrid arretra in maniera più decisa, lasciando Piazza Affari a fronteggiare la seduta più complessa. Il listino milanese, dopo essere scivolato sotto la soglia psicologica dei 46mila punti, ha registrato un calo dell'1,7 per cento, un risultato pesantemente influenzato dalla flessione del Titolo Prysmian e, più in generale, dall'andamento negativo del comparto bancario e del risparmio gestito, settori che storicamente rappresentano un termometro sensibile della fiducia degli investitori istituzionali.

Il mercato del lavoro americano sorprende e cambia le aspettative

A orientare le strategie degli operatori, nelle ultime giornate, è stata principalmente la raffica di indicatori provenienti dagli Stati Uniti, dati che hanno offerto un quadro a tratti contraddittorio ma sostanzialmente più chiaro sullo stato di salute della prima economia mondiale. Il rapporto mensile sull'occupazione ha fatto registrare un incremento delle buste paga nel settore non agricolo pari a 130mila unità, un numero che ha nettamente superato le previsioni degli analisti, i quali avevano ipotizzato un aumento ben più contenuto, nell'ordine delle 70-75mila unità -2-5-8. Questa sorprendente vivacità del mercato del lavoro, unita al contestuale calo del tasso di disoccupazione al 4,3 per cento, ha immediatamente ridimensionato le speranze di un intervento accomodante da parte della Federal Reserve nel brevissimo termine -5. La logica, per i mercati, è lineare: di fronte a un' economia che continua a generare posti di lavoro a ritmo sostenuto, la banca centrale americana potrebbe sentirsi legittimata a mantenere un atteggiamento attendista, rimandando qualsiasi decisione su un'eventuale riduzione del costo del denaro.

L'inflazione in raffreddamento complica le previsioni sui tassi

A complicare ulteriormente il quadro interpretativo per gli investitori, nel corso della stessa settimana, è giunto però il dato sull'andamento dei prezzi al consumo, un indicatore che ha mostrato un'inversione di tendenza rispetto ai timori dei mesi precedenti. L'indice dei prezzi al consumo, secondo i dati diffusi dal Bureau of Labor Statistics, ha registrato un incremento tendenziale del 2,4 per cento a gennaio, in netto rallentamento rispetto al 2,7 per cento del mese precedente, toccando così il livello più basso dall'introduzione delle misure tariffarie da parte dell'amministrazione Trump nella primavera del 2025 -6. Anche il dato core, che depura la rilevazione dalle componenti più volatili come energia e alimentari, si è attestato al 2,5 per cento, leggermente al di sotto delle attese -6. Il rallentamento dell'inflazione, trainato principalmente dalla discesa dei prezzi dei carburanti e da una minore pressione delle componenti abitative, rappresenta un segnale diametralmente opposto a quello proveniente dal mercato del lavoro, creando un classico dilemma per i policy maker della Fed alle prese con il doppio mandato di stabilità dei prezzi e massima occupazione.

Il peso delle trimestrali e il differenziale tra i listini europei

Su questo sfondo macroeconomico contraddittorio, le piazze finanziarie europee hanno innestato la consueta raffica di pubblicazioni dei risultati societari, con le trimestrali che hanno offerto spunti contrastanti capaci di orientare la direzione dei singoli titoli. Se a Francoforte l'indice è riuscito a mantenersi a galla, sostenuto probabilmente da qualche buona performance aziendale, e a Londra il guadagno ha premiato gli investitori, Milano ha pagato a caro prezzo la debolezza mostrata da alcuni dei suoi principali big. Il calo dell'1,7 per cento del Ftse Mib, infatti, non è stato un fenomeno generalizzato ma il riflesso di vendite mirate che hanno colpito in particolare il settore del risparmio gestito e l'azionario bancario, oltre al titolo Prysmian che ha zavorrato l'intero indice. Una dinamica, questa, che evidenzia come, al di là dei grandi aggregati economici, sia spesso la salute specifica dei singoli comparti e dei bilanci aziendali a determinare la performance differenziata dei listini, in una settimana che ha visto gli operatori costretti a districarsi tra segnali contrastanti provenienti da entrambe le sponde dell'Atlantico.

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