Borse europee contrastate, Milano la peggiore: banche e Prysmian affondano Piazza Affari
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Redazione Economia
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La settimana finanziaria che si è chiusa venerdì 13 febbraio ha consegnato agli operatori un quadro contrastato sui listini del Vecchio Continente, con gli occhi degli investitori, va da sé, puntati oltreoceano dove i dati macroeconomici, dal lavoro all’inflazione, continuano a dettare l’agenda delle banche centrali. Se da un lato il raffreddamento dei prezzi al consumo negli Stati Uniti, scesi al 2,4% contro il 2,5% atteso, aveva fatto tirare un sospiro di sollievo ai mercati, dall’altro la robustezza del mercato del lavoro ha complicato le aspettative su una rapida inversione di rotta nella politica monetaria della Federal Reserve. A gennaio, come emerge dai dati diffusi nel corso dei giorni scorsi, le buste paga del settore non agricolo sono aumentate di 130mila unità, un dato ben superiore alle 70mila previste dagli analisti, e questo ha ridotto la probabilità che la banca centrale americana, guidata da Jerome Powell in attesa del passaggio di consegne a Kevin Warsh, possa tornare ad abbassare i tassi d’interesse nel breve termine.
L’Europa chiude in ordine sparso, Piazza Affari soffre oltre il -1,7%
L’ultima seduta della settimana ha fotografato un’Europa finanziaria spaccata in due, con gli indici che hanno viaggiato a velocità opposte: Francoforte ha chiuso in rialzo dello 0,25% e Londra ha guadagnato lo 0,42%, mentre Parigi ha lasciato sul terreno lo 0,35% e Madrid ha ceduto l’1,21%. Il vero fanalino di coda, però, è stata Piazza Affari, dove il Ftse Mib è scivolato sotto la soglia psicologica dei 46mila punti, registrando un calo dell’1,7% che rappresenta la performance peggiore tra le principali piazze europee. Un risultato che assume contorni ancora più marcati se si considera che, nonostante i timori legati all’intelligenza artificiale e ai dazi, altrove si è assistito a una tenuta migliore, con Parigi che pure ha sofferto il -6% di L’Oreal dopo i conti deludenti e Londra che ha retto grazie al buon andamento di alcuni settori.
Il peso di banche e Prysmian sul listino milanese
A zavorrare il listino milanese sono stati principalmente due fattori: da una parte il comparto bancario, che ha subito vendite massicce in scia alle rinnovate incertezze sul costo del denaro e sui margini futuri, e dall’altra il tonfo di Prysmian, che ha lasciato sul terreno quasi sei punti percentuali. Il gruppo dei cavi, nonostante abbia annunciato una maxi-commessa da oltre 550 milioni di euro in Francia per la rinnovazione della rete elettrica con Enedis, ha pagato dazio alle preoccupazioni legate a una possibile riduzione dei dazi statunitensi su acciaio e alluminio, un tema caldo che continua a condizionare le scelte degli investitori. A pesare sul sentiment, inoltre, è stata la narrativa di una “AI-disruption” che, come è stato osservato dagli analisti, sta innescando un de-rating su settori sempre nuovi, dal software alla logistica, passando per la gestione patrimoniale e il comparto immobiliare, generando un clima di incertezza che spinge molti a premere il pulsante delle vendite senza troppe distinzioni.
L’occupazione Usa forte ridisegna le attese sui tassi Fed
Il quadro macroeconomico statunitense, del resto, non lascia molto spazio a interpretazioni discordanti: la crescita dei posti di lavoro a gennaio, sebbene concentrata per oltre il 95% nei settori della sanità e dell’assistenza sociale, ha dimostrato una resilienza che pochi si aspettavano, portando il tasso di disoccupazione a ridiscendere al 4,3% e facendo tramontare le ipotesi di un taglio dei tassi già nella riunione di marzo. Gli economisti, pur sottolineando la fragilità di un mercato del lavoro che senza il traino della sanità avrebbe mostrato numeri ben diversi, concordano sul fatto che questi dati rafforzano la posizione dei falchi all’interno del Fomc, rendendo sempre più probabile una pausa prolungata nella politica di allentamento monetario. La nomina di Kevin Warsh alla presidenza della Fed, prevista per i prossimi mesi, aggiunge un ulteriore elemento di complessità al quadro, ma gli esperti ritengono che nel breve termine la reazione della banca centrale continuerà a essere guidata dai dati piuttosto che da cambiamenti nella comunicazione o negli assetti interni.
Il rimbalzo dell’inflazione non basta a rassicurare i mercati
Se il dato sull’occupazione ha spinto al rialzo le attese sui tassi, il contemporaneo calo dell’inflazione al 2,4% ha offerto qualche spiraglio a chi spera in una Fed meno restrittiva. I prezzi al consumo, scesi più delle stime che indicavano un 2,5%, hanno confermato che la fase più acuta della corsa dei prezzi è probabilmente alle spalle, ma non hanno però riaperto la strada a un immediato allentamento. I verbali dell’ultima riunione della banca centrale, del resto, avevano già chiarito che qualsiasi mossa sarà subordinata a una prova evidente che l’inflazione stia tornando stabilmente verso l’obiettivo del 2%, e i dati di gennaio, per quanto incoraggianti, non sembrano ancora sufficienti a modificare questa linea. In questo contesto, i rendimenti dei titoli di Stato americani sono scesi lievemente, con il decennale attestatosi al 4,05%, mentre lo spread Btp-Bund ha consolidato i livelli della vigilia attorno a 61 punti base, con il decennale italiano al 3,37%.




