Borse europee contrastate, Piazza Affari frena tra petrolio e banche centrali

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La seduta comunitaria prosegue all’insegna dell’eterogeneità, con i listini del Vecchio continente che si muovono sostanzialmente in ordine sparso mentre gli operatori finanziari cercano di districarsi tra le variabili geopolitiche – e nello specifico l’escalation del conflitto in Medio Oriente – e l’approssimarsi delle attese riunioni delle banche centrali, a partire dalla Federal Reserve, il cui verdetto è atteso per mercoledì. Se Parigi, Londra e Francoforte viaggiano in terreno positivo, spinte al rialzo dalla speranza, peraltro tutta da verificare, che l’amministrazione Trump possa annunciare a breve un accordo internazionale per la scorta armata alle petroliere in transito nello Stretto di Hormuz, Piazza Affari arranca sostanzialmente sulla parità, mostrando un andamento meno brillante rispetto alle controparti europee. La ripresa delle operazioni nel porto di Fujairah, importante snodo negli Emirati Arabi Uniti che era stato temporaneamente sospeso a seguito di un attacco con droni, non è riuscita a placare del tutto le ansie del mercato, se è vero che il prezzo del Brent continua a mantenersi su livelli particolarmente elevati, attestandosi abbondantemente sopra i 105 dollari al barile. La tensione, alimentata dai raid statunitensi sull’isola iraniana di Kharg – da cui transita la stragrande maggioranza dell’export petrolifero di Teheran – e dalle conseguenti minacce di rappresaglia da parte della Repubblica Islamica, mantiene gli investitori con il fiato sospeso, consapevoli che qualsiasi ulteriore scintilla potrebbe innescare conseguenze difficilmente prevedibili sugli approvvigionamenti energetici globali.

Il doppio fronte di Milano: Unicredit in pressing su Commerzbank e il tonfo di Amplifon

A Piazza Affari, l’indice Ftse Mib sconta una debolezza che appare determinata da una combinazione di fattori endogeni piuttosto che dal solo sentiment macroeconomico. Da un lato, l’attenzione è catalizzata dalla mossa a sorpresa di Unicredit, che ha ufficializzato un’offerta pubblica di scambio volontaria finalizzata al superamento della soglia del 30% del capitale di Commerzbank, un’operazione – questa – che, sebbene presentata dal management come uno strumento per favorire un dialogo costruttivo con la controparte tedesca, è stata immediatamente bollata come ostile dal consiglio di fabbrica dell’istituto di Francoforte. L’iniziativa, che arriva dopo mesi di stallo e di tensioni latenti con il governo di Berlino, non sta entusiasmando il mercato, tanto che il Titolo del gruppo guidato da Andrea Orcel cede circa mezzo punto percentuale, scontando probabilmente la complessità e i potenziali attriti politici che un’operazione transfrontaliera di tale portata inevitabilmente comporta. Dall’altro lato, a pesare in maniera ben più marcata sulla performance complessiva del listino milanese è il crollo verticale di Amplifon, le cui azioni stanno facendo segnare un tonfo di proporzioni considerevoli, con perdite che superano ampiamente i sette punti percentuali e che riportano il titolo sui livelli più bassi dal lontano 2017, in un contesto di vendite generalizzate che non risparmia neppure altri nomi di rilievo del paniere principale.

Il peso dell’energia e le materie prime in bilico tra inflazione e politiche monetarie

Il rally del greggio, che vede il Brent attestarsi stabilmente oltre la soglia psicologica dei 105 dollari, sta producendo effetti diametralmente opposti sui diversi comparti azionari, favorendo logicamente i titoli del settore oil & gas – che beneficiano direttamente dell’impennata delle quotazioni – ma gettando al contempo un’ombra preoccupante sulle prospettive di crescita economica e, di riflesso, sulle scelte di politica monetaria delle banche centrali. Il rialzo dei prezzi energetici, infatti, rischia di alimentare ulteriormente le spinte inflazionistiche, complicando non poco il compito della Federal Reserve e della Banca Centrale Europea, i cui vertici sono attesi a breve per le rispettive riunioni: gli operatori, ormai, danno per scontato che per tutto il 2026 non vi siano i margini per procedere a un taglio dei tassi di interesse, e anzi iniziano a mettere in conto scenari ben più restrittivi. In questo quadro di incertezza, il dollaro americano consolida la propria forza nei confronti dell’euro, con la moneta unica che fatica a mantenersi sopra quota 1,14, mentre l’oro e l’argento, nonostante il loro tradizionale ruolo di beni rifugio, registrano una flessione, complice la prospettiva di un costo del denaro destinato a rimanere elevato ancora a lungo, fattore che rende meno appetibili gli investimenti in metalli preziosi, che non offrono alcuna cedola.

Gli acquisti mirati nel panorama delle mid cap e la volatilità del settore oil

Osservando il comportamento degli investitori sui titoli a minore capitalizzazione, emergono alcune dinamiche degne di nota, con movimenti selettivi che interessano il comparto delle Mid Cap e dello Star. Mentre Saipem e D'Amico, quest’ultima attiva nel trasporto marittimo di greggio, beneficiano della tensione sul mercato petrolifero, altre realtà come Sesa, specializzata nei servizi informatici, o Cembre, attiva nella produzione di connettori per il settore ferroviario, registrano acquisti mirati. Tra i ribassi più marcati del segmento, invece, spiccano le performance negative di MARR, colosso della distribuzione alimentare, e di De’ Longhi, il cui andamento riflette forse le incertezze legate ai consumi delle famiglie in un contesto di inflazione persistente e di erosione del potere d’acquisto. Mfe, sia nella classe A che nella classe B, si muove in territorio negativo, in una giornata che vede il settore dei media e dell’editoria subire qualche scossone. In definitiva, la seduta odierna fotografa alla perfezione lo stato d’animo di un mercato finanziario che, stretto tra la morsa dell’incertezza geopolitica e le preoccupazioni per il futuro dei tassi, procede a tentoni, cercando di decifrare i prossimi passi dell’amministrazione Trump in Medio Oriente e l’impatto che questi potranno avere sulle economie occidentali.

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