La Biennale nel labirinto delle diplomazie: Buttafuoco e la "potenza" dell'arte contro le "prepotenze" della politica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sulla laguna, che ieri ancora una volta ha fatto da suggestiva cassa di risonanza a un fragore lontano da quello delle onde, sembra aleggiare il pensiero che l’arte, per dirla con le parole del presidente Pietrangelo Buttafuoco, possieda una forza intrinseca capace di “cancellare le catastrofi” e di ergersi al di sopra delle miserie della contingency.

Ma, a scandire il tempo di questa 61ma Esposizione Internazionale d’Arte, non sono soltanto i colpi di pennello o i ritmi delle installazioni sonore, quanto piuttosto i colpi sordi delle polemiche politiche, le dimissioni in massa delle giurie e le ispezioni ministeriali che hanno trasformato i giardini della Biennale in un campo minato di relazioni internazionali.

Se è vero che “chi non fa, non falla”, recita il proverbio richiamato nelle nostre cronache, è altrettanto vero che gli errori (o le scelte controverse) commessi in questo avvio d’annata hanno richiesto correzioni di rotta mediatiche non indifferenti, specialmente per quanto riguarda il presunto atteggiamento censorio verso alcuni stati.

Le dimissioni della giuria e il paradosso del premio popolare

Il colpo di scena che ha fatto più rumore, almeno fino all’arrivo dei funzionari del Ministero della Cultura a Ca’ Giustinian, è stato senza dubbio l’azzeramento del pool di esperti chiamati ad assegnare i Leoni.

Dopo settimane di acceso dibattito interno, la giuria internazionale ha optato per le dimissioni in blocco, una scelta maturata in concomitanza con l’invio degli ispettori da parte del ministero guidato da Alessandro Giuli, i quali erano stati mobilitati per fare chiarezza sulla spinosa questione della partecipazione russa.

Il fulcro del contendere, lo si apprende dalle ricostruzioni dei fatti, risiedeva nella volontà dei giurati di escludere a priori Russia e Israele dalla corsa ai premi, invocando i procedimenti aperti presso la Corte penale internazionale.

Una posizione, quella dei giurati, che avrebbe però esposto la Fondazione a seri rischi legali, in particolare per vie legali minacciate dall’artista israeliano Belu-Simion Fainaru che parlava di “discriminazione”, costringendo la governance a fare un secco passo indietro.

Così, in un ribaltamento ironico della situazione, l’assenza di una giuria ha portato l’istituzione a riadottare una formula già sperimentata in passato per l’architettura, quella del Leone d’oro assegnato direttamente dai visitatori al termine della kermesse.

Ne consegue, dunque, che Russia e Israele, inizialmente escluse dal novero dei possibili vincitori, rientrano ora a tutti gli effetti in lizza per il massimo riconoscimento, con la cerimonia di premiazione rinviata al gran finale di novembre e il ministro Giuli che ha bollato la vicenda con la pungente battuta dell' “auto-commissariamento”.

Ispettori a Forte Marghera e la linea del presidente

A spezzare il silenzio su questa atmosfera di “dolente Biennale” (come è stata definita) è stato direttamente Buttafuoco, incontrato presso la Polveriera Austriaca di Forte Marghera.

Lo scrittore e presidente, senza mai entrare nel merito dello scontro diretto con l’esecutivo, ha preferito volare alto, quasi a voler ricordare che la contemporaneità dell’arte resiste là dove la cronaca politica mostra i suoi limiti più grevi: “L’arte ci destina al futuro”, ha osservato, in una chiara (seppur implicita) allusione alla necessità di guardare oltre la contingenza bellica e diplomatica.

Da parte sua, l’amministrazione romana non ha certo abbassato la guardia; i sette fogli della relazione ispettiva, filtrati nei giorni scorsi, certificano un quadro formale per certi versi sorprendente.

Sebbene Mosca sia proprietaria di un padiglione storico ai Giardini (esistente sin dal 1914), dalla documentazione emerge che la Federazione Russa non ha ricevuto un “invito formale” alla partecipazione, né ha sottoscritto il disciplinare come altri Paesi, limitandosi a comunicare la propria volontà di esserci.

Una sottigliezza burocratica, quest’ultima, che non ha però impedito al governo di contestare le modalità del ritorno moscovita, né al commissario europeo Glenn Micallef di disertare l’inaugurazione nel giorno della festa dell’Europa, segno tangibile di quanto il caso stia avvelenando anche i pozzi della diplomazia culturale.

Il caso dei doppi standard e la geografia dei silenzi

Se la diatriba sul padiglione russo ha monopolizzato le cronache e le trasmissioni politiche, alcuni osservatori attenti hanno però sollevato una questione forse più imbarazzante per chi invoca la coerenza a oltranza.

Perché, ci si chiede leggendo le cronache incrociate, tutto questo accanimento selettivo? Mentre Bruxelles e una parte della politica italiana tuonano contro la presenza di Mosca (seppur limitata a tre giorni e con l’accesso contingentato come evento privato), Cuba e la Cina – Paesi con i quali esistono annose e documentate riserve in materia di diritti umani e repressione del dissenso – sfilano accanto agli altri senza che la loro presenza sollevi analoghi putiferi negli studi televisivi.

Questo cortocircuito logico rischia di alimentare il sospetto che, al di là del sincero rigore morale, la protesta contro il Cremlino serva anche come comodo paraocchi per non guardare ad altre aree grigie del pianeta.

La variabile dei “doppi standard”, insomma, aleggia minacciosa sulla kermesse: una critica mossa al sistema occidentale dell’arte, troppo frettoloso nell’erigere steccati contro un nemico dichiarato ma sorprendentemente morbido verso altri regimi considerati geopoliticamente meno scomodi, salvo poi scoprire che si tratta spesso solo di ipocrisia di regime.

E a nulla vale, a questo punto, la difesa d’ufficio del sindaco Brugnaro – il quale ha auspicato una pacificazione tra Buttafuoco e Giuli – di fronte a una realtà che vede la Biennale esposta come non mai a un vento di tempesta, in attesa di capire se basteranno i metri quadrati di esposizione a ripararla dalla furia degli elementi esterni.

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