Il rifugio negato a Bakari Sako e il culto del branco: i dettagli dell’inchiesta sull’omicidio di Taranto

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   È un dettaglio che trasforma la furia omicida in una sconfitta collettiva della civilizzazione: Sako Bakari, il 35enne maliano ucciso all’alba del 9 maggio a Taranto, aveva trovato un porto apparentemente sicuro durante l’aggressione, ma gli è stato sbarrato il passo proprio lì dove avrebbe dovva trovare riparo. La procuratrice capo del capoluogo ionico, Eugenia Pontassuglia, nel corso della conferenza stampa che ha fatto il punto sulle indagini, ha rivelato un frammento dell’accaduto che brucia più della lamina di un coltello – un frammento che restituisce l’idea di una solitudine assoluta. La vittima, bracciante agricolo regolare sul territorio e in procinto di diventare padre, si è rifugiata all'interno di un esercizio pubblico durante l'assalto. Eppure, il proprietario di quel locale, lungi dal chiamare le forze dell’ordine o dall'opporre un minimo scudo fisico, avrebbe intimato al 35enne di uscire, restituendolo di fatto ai suoi aguzzini. "Forse se anche la mentalità degli italiani cambiasse, potremmo evitare queste degenerazioni", ha commentato amaramente il magistrato, sottolineando come l’indifferenza a volte completi l’opera della violenza.

La “caccia al nero” e la notte delle armi giocattolo

Le telecamere di sorveglianza hanno restituito agli inquirenti la fotografia precisa di una notte trasformata in caccia grossa. Non un litigio, non una rapita: i cinque giovanissimi fermati – quattro minorenni (due quindicenni e due sedicenni) e un ventenne – non avevano alcun movente personale contro Bakari. Scorrazzavano per la città vecchia, tra le viuzze del borgo, con un unico, desolante obiettivo: cercare un indifeso da colpire. Poco prima di incrociare il destino del maliano, lo stesso gruppo aveva già avvicinato un altro cittadino di origine subsahariana, insultandolo e mimando gesti intimidatori, riuscito però a fuggire. Quando è arrivato Bakari, in sella alla sua bicicletta diretto alla stazione per andare a lavorare nei campi di Massafra, il cerchio si è chiuso. C’è un atto simbolico, emerso dalle immagini e descritto dagli investigatori, che definisce la psicologia del gruppo: mentre affiancavano la bicicletta, alcuni membri del branco hanno simulato di puntargli una pistola. Un gioco crudele, una prova generale. E se la minaccia era finta, la violenza reale non ha tardato a manifestarsi: pugni, calci e, infine, tre coltellate sferrate da un 15enne che hanno trafitto addome e torace.

La trincea social: “Sang mij” e il vocabolario della solidarietà criminale

Mentre il di Bakari Sako giaceva sotto i colpi del branco, sui profili social dei fermati e dei loro accoliti fioriva un lessico tribale che sgretola ogni retorica dell’emulazione occasionale. "Sei mio fratello e lo sarò per sempre, nel bene e nel male", "Sang mij" (sangue mio), "Cori mij" (cuore mio) – questi i mantra ripetuti sotto i selfie dei ragazzi, spesso ritratti tra scooter impennati e pose da durezza. Non c’è traccia di pentimento o di imbarazzo in quei commenti, né tanto meno di pietà per la vittima. Al contrario, la procura ha acquisito messaggi inequivocabili in cui il carcere viene dipinto come una tappa inevitabile di una via crucis iniziatica ("Il carcere non ci separa", scrivono, "anzi imparate a nuotare che qui fuori gli squali sono tanti"). In questo universo parallelo, l’accoltellatore viene celebrato come un guerriero caduto, e il branco si trasforma in una setta ermetica. Gli investigatori hanno rilevato un elemento di ulteriore allarme nei video precedenti l’omicidio: nella tarda serata del 9 maggio, lo stesso minorenne accusato di aver inferto i colpi mortali è stato ripreso dalle telecamere di una sala slot mentre impugnava due pistole, un’ostentazione di potenza di fuoco che il procuratore capo ha definito emblematica di un contesto sociale dove l’esibizione precede l’azione.

Indagini aperte e il cerchio che deve chiudersi

Nonostante i fermi eseguiti nel pomeriggio di lunedì dalla Squadra mobile, che hanno portato in carcere il maggiorenne e nei centri di prima accoglienza i minori (tutti assistiti dai rispettivi legali e in attesa della convalida davanti al gip), l’inchiesta non può dirsi archiviata. Le indagini, coordinate dalla sostituta procuratrice Francesca Paola Ranieri e dal Tribunale per i minorenni di Bari, hanno individuato la presenza di un sesto componente della babygang, ripreso dalle telecamere mentre partecipava attivamente al pestaggio. Nei confronti di questo soggetto – che secondo alcune indiscrezioni investigative sarebbe maggiorenne – è partita una vera e propria caccia. A rendere la cornice giudiziaria ancora più complessa è la questione dell’aggravante razziale: sebbene al momento gli atti contestino la premeditazione e i futili motivi (la vittima è stata descritta dai pm come "persona vulnerabile e indifesa, individuata in quanto persona di colore"), la procuratrice Pontassuglia ha lasciato intendere che la connotazione discriminatoria dell’aggressione affiora con chiarezza dalle carte, rappresentando forse la chiave di lettura più autentica del fenomeno. La procura minorile, attraverso la voce del procuratore Daniela Putignano, ha infine ricordato come i minori fermati, pur incensurati, non fossero "sconosciuti" ai servizi sociali: i segnali di un disagio profondo e di un’adesione incondizionata alla cultura della sopraffazione erano già emersi, frantumandosi però contro l’inerzia delle agenzie educative. Il coltello a serramanico usato per uccidere è stato recuperato in una siepe, indicato dallo stesso 15enne che ha scelto di collaborare parzialmente con gli inquirenti.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.