Il calcio italiano cerca una cura dopo l’annus horribilis 2026

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Le eliminazioni europee di Bologna e Fiorentina hanno chiuso il cerchio di un 2026 che, per il movimento calcistico nostrano, resterà negli annali come un autentico annus horribilis. A questi ko nelle coppe, infatti, si aggiunge la terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali, un dato, quest’ultimo, che trasforma lo “shock” in una preoccupante consapevolezza di declino strutturale. Se a ciò si unisce l’assenza di club italiani nelle semifinali delle tre competizioni europee per club, il quadro che emerge è quello di un sistema che non scricchiola solo ai vertici della Nazionale, ma cede sotto il peso di una crisi diffusa che riguarda campi, poltrone e strategie di sviluppo.

La fotografia di un declino ormai strutturale

Non si tratta più, come qualcuno potrebbe ancora sperare, di un incidente di percorso o di una generazione sfortunata; la mancata qualificazione al Mondiale del 2026 rappresenta il terzo fallimento consecutivo per una Nazionale che, com’è noto, vanta quattro titoli mondiali in bacheca. Secondo il report “The Italian Job is Getting Harder” della LTT Sports, l’Italia avrebbe smesso stabilmente di far parte dell’élite del calcio mondiale, un’analisi fredda che fotografa una realtà alla quale nemmeno i club sembrano più saper opporre resistenza. Fabio Capello, intervistato nei giorni scorsi, ha sottolineato come il campionato appaia innaturalmente lento, con arbitri che fischiano troppo e un tasso tecnico in caduta libera; ne è la prova il fatto che giocatori come McTominay o Malen, meteore nei rispettivi campionati d’origine, diventino dominatori incontrastati della Serie A, segno evidente di un contesto competitivo ormai inadeguato rispetto agli standard europei.

Le tre questioni sul tavolo tra riforme e urgenza

Di fronte a questa débâcle, che ha innescato un vivace traffico politico in vista dell’elezione del nuovo presidente federale, emergono tre nodi cruciali da sciogliere. Il primo riguarda la strategia: occorre un intervento immediato sull’esistente o una pianificazione a lungo termine? La risposta, per gli addetti ai lavori, è che servono entrambe. Da un lato la Federazione è chiamata a lavorare su politiche giovanili che innalzino la percentuale di italiani selezionabili – attualmente ferma al 30% – senza però cadere in protezionismi vietati dalle norme europee; dall’altro, il nuovo Commissario Tecnico (si vocifera di un nome pesante come Allegri o Conte) dovrà portare risultati immediati, a prescindere dalla retorica del “gruppo da ringraziare” che ha accompagnato le ultime gestioni.

Il nodo Malagò e la riduzione della Serie A

La seconda questione, forse la più spinosa, è la candidatura di Giovanni Malagò alla presidenza della Figc, caldeggiata dalla Lega di Serie A. La scelta, sebbene dettata dalla necessità di un dirigente forte, cela un paradosso di fondo: Malagò, storicamente legato alle sorti della Nazionale, dovrebbe comunque fare gli interessi dei club, che spesso entrano in conflitto con gli spazi da concedere agli Azzurri. Per questo motivo, si ipotizza che la sua eventuale ascesa sia legata a una contropartita forte, come la riduzione del campionato a 18 squadre, un tema sostenuto da club come Inter, Milan e Juventus ma osteggiato da realtà come il Napoli di De Laurentiis. La terza questione, strettamente collegata, è appunto il format del torneo: ridurre il numero delle squadre libererebbe settimane di pausa fondamentali per il recupero atletico, cancellate ormai dalle estenuanti trasferte (come quella in Arabia per la Supercoppa) che hanno ridotto le italiane in brandelli nelle coppe di febbraio.

La ricetta di Bucchioni: azzeramento e nomi del passato

Intervenuto ai microfoni di Radio Sportiva, il giornalista Enzo Bucchioni ha fornito una diagnosi spietata, definendo il calcio italiano “prigioniero di un balletto di poltrone” in cui, nonostante tre Mondiali persi, si continua a puntare su nomi del passato per mantenere lo status quo. La sua ricetta non lascia spazio a mezze misure: “Serve azzerare tutto”, ha tuonato, proponendo un commissariamento affidato a Malagò affiancato da un comitato di ex campioni – da Maldini a Baggio – con il mandato esplicito di scrivere le riforme da zero. Un’idea, questa, che sembra raccogliere consensi anche da più parti, sebbene il ministro dello Sport Andrea Abodi abbia recentemente criticato le “cantilene” del sistema, sottolineando che cambiare solo il presidente non basta e che si attendono soluzioni vere da un mondo fermo ormai da diciassette anni.

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