Garlasco, il giallo dei pedali e le tre ore che riscrivono l’inchiesta
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Redazione Interno
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Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, il caso di Garlasco torna a interrogare la giustizia italiana su un dettaglio che, all’epoca, sembrava aver chiuso ogni discussione: il Dna della vittima trovato sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi. Oggi, però, quell’elemento è al centro di una nuova indagine della Procura di Pavia che ipotizza uno scambio di provette durante le analisi del Ris di Parma nel settembre del 2007, mentre il procedimento su Andrea Sempio si avvia verso l’udienza preliminare.
La svolta in tre ore e l’ipotesi dello scambio
Il punto centrale delle nuove verifiche è racchiuso in un intervallo temporale di poche ore, il 19 settembre 2007. Secondo le carte dell’inchiesta, tra le 15.34 e le 18.37 le analisi sul campione prelevato dai pedali della bicicletta Umberto Dei passarono da un profilo genetico parziale, non attribuibile con certezza, a un profilo corrispondente a quello di Chiara Poggi.
I magistrati pavesi hanno chiesto chiarimenti sulle operazioni di laboratorio di quella giornata, sull’identità degli operatori intervenuti e sulla possibilità che il materiale genetico dei pedali sia entrato in contatto con un campione proveniente da un cucchiaino utilizzato dalla vittima per la colazione la mattina del delitto.
Non si tratta di una prova acquisita, ma di un’ipotesi investigativa che la Procura sta cercando di verificare. Il dato su cui i consulenti tecnici si sono soffermati riguarda la quantificazione del materiale genetico: il campione del cucchiaino e quello dei pedali presentavano la stessa concentrazione in centesimi di nanogrammi per microlitro, un’anomalia che, secondo gli inquirenti, merita un approfondimento.
La difesa di Stasi sostiene da anni la tesi dello scambio, mentre il consulente della famiglia Poggi, il genetista Marzio Capra, respinge questa lettura e afferma che il profilo positivo ottenuto il 19 settembre rimane scientificamente solido.
I test negativi mai depositati
Il nodo non riguarda soltanto le modalità con cui fu ottenuto il profilo della vittima sui pedali. Il 20 settembre 2007, il giorno successivo alla cosiddetta “svolta”, furono effettuate due ulteriori analisi sullo stesso campione, entrambe con esito negativo: non si ottenne alcun profilo genetico riconducibile a Chiara Poggi. Questi risultati, conservati nei dati grezzi delle analisi, non sarebbero mai confluiti nel fascicolo messo a disposizione delle parti durante il processo a carico di Stasi.
La Procura di Pavia, attraverso una consulenza affidata ai genetisti Carlo Previderè e Pierangela Grignani, ha ricostruito l’esistenza di questi tracciati, definiti “completamente negativi”, di cui non si trova traccia negli atti processuali.
Dalle carte emerge anche un ulteriore documento rimasto fuori dalla relazione originaria: un appunto manoscritto datato 20 settembre 2007 in cui si fa riferimento a un test specifico per la ricerca di sangue umano, indicato con esito negativo. Un dettaglio che, secondo la difesa di Stasi, avrebbe potuto orientare diversamente le indagini già allora.
Per la Procura, la questione non è stabilire se sui pedali vi fosse o meno il Dna di Chiara, ma comprendere perché esistano risultati contrastanti a distanza di ventiquattro ore e per quale ragione alcuni di essi non siano stati trasmessi alla magistratura inquirente.
Il nuovo impianto accusatorio su Sempio
Mentre gli accertamenti sui reperti del 2007 proseguono, il procedimento penale ha imboccato una direzione diversa. Il 28 settembre 2026 la Procura di Pavia ha notificato ad Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara, l’atto di chiusura delle indagini per l’omicidio della ventiseienne. Secondo il nuovo capo di imputazione, Sempio avrebbe agito da solo nella villetta di via Pascoli il 13 agosto 2007, colpendo la vittima con almeno dodici lesioni alla testa e al volto, in una sequenza di aggressioni ripetute anche dopo che la giovane era già priva di sensi.
L’accusa contesta le aggravanti dei motivi abietti e futili e della crudeltà, ipotizzando che il movente sia riconducibile al rifiuto della vittima a un approccio sessuale.
La difesa di Sempio, rappresentata dagli avvocati Angela Taccia e Liborio Cataliotti, ha annunciato che entro il 18 ottobre presenterà le proprie controdeduzioni alla Procura. La legale ha spiegato di aver ascoltato le intercettazioni non rilevanti e di voler preparare il terreno per l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio, ribadendo la convinzione che senza la “bufera mediatica” degli ultimi mesi il proprio assistito non sarebbe stato coinvolto nella nuova indagine.
La difesa punta in particolare sull’impronta numero 33, una mano destra lasciata sul muro della villetta: per gli inquirenti è attribuibile a Sempio, mentre il dattiloscopista incaricato dai legali la considera non riconducibile all’indagato.
La posizione della famiglia Poggi e i tempi della giustizia
I legali della famiglia di Chiara Poggi, Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, hanno comunicato che non presenteranno memorie né contro-consulenze in risposta agli approfondimenti dei magistrati. La scelta di non costituirsi parti civili in vista dell’udienza preliminare a carico di Sempio era già stata annunciata nelle settimane precedenti.
Il consulente della famiglia, Marzio Capra, ha ribadito che il Dna di Chiara sui pedali della bicicletta di Stasi non costituisce di per sé una prova di colpevolezza e che i test negativi successivi non smentiscono il risultato positivo ottenuto il 19 settembre.
Sullo sfondo resta la condanna definitiva a sedici anni inflitta ad Alberto Stasi nel dicembre 2015, quando la Cassazione confermò la sentenza di appello bis rigettando tutti i ricorsi. La Procura generale di Milano non avrebbe ancora ricevuto i nuovi atti dell’inchiesta su Sempio, comprese le consulenze tecniche che affrontano il tema delle contro-analisi sui pedali, e negli ambienti giudiziari si ritiene che un’eventuale istanza di revisione del processo Stasi spetterebbe alla difesa dell’ex studente, da presentare alla Corte d’Appello di Brescia.
L’avvocato Antonio De Rensis, che assiste Stasi, ha parlato di “omissioni” e non di errori, chiedendo che venga fatta piena chiarezza su quanto accadde nei laboratori del Ris di Parma.
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