Il rompicapo Mps-Mediobanca, tra Consob e Bce che "non hanno visto niente"
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Redazione Economia
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La scalata di Banca Monte dei Paschi di Siena a Mediobanca, un’operazione finanziaria destinata a segnare il panorama creditizio italiano, procede ormai verso il suo epilogo, mentre l’inchiesta penale avviata dalla Procura di Milano sul presunto “patto occulto” che l’avrebbe agevolata sembra destinata, secondo molti osservatori, a concludersi con il fragore di “un cucchiaino caduto durante un’esibizione dei Metallica”. Esiste, ma rischia di non essere udita, scontrandosi con i tempi spesso dilatati della macchina giudiziaria che, quando arriva sul luogo dei fatti, trova frequentemente solo “un po’ di polvere sul pavimento”. È in questo scarto temporale, tra la rapidità dell’azione di mercato e la meticolosa lentezza delle indagini, che si consuma il paradosso di un’operazione che potrebbe già essere irreversibile prima che la verità giudiziaria venga pienamente accertata.
Le perquisizioni e la caccia alle comunicazioni
L’inchiesta, come noto, è entrata in una fase decisiva con le perquisizioni condotte dalla Guardia di Finanza lo scorso 27 novembre, le quali hanno riguardato anche uffici di JPMorgan. Azione ancor più significativa, però, è stata l’acquisizione dei telefoni cellulari di due dirigenti di primo piano del Ministero dell’Economia e delle Finanze: l’ex direttore generale Marcello Sala e il manager Stefano Di Stefano, a capo dell’articolazione che gestisce le partecipazioni societarie dello Stato. Entrambi, è bene sottolinearlo, non figurano attualmente nella posizione di indagati, ma i magistrati milanesi mirano chiaramente a ricostruire l’intricata rete di comunicazioni che ha accompagnato la cessione, da parte del Tesoro, di quel 15% del capitale di Mps venduto nel novembre 2024, transazione che ha fornito alla banca senese la potenza di fuoco necessaria per l’assalto a Mediobanca.
Il dilemma dei controllori: armi spuntate o sonno profondo?
Proprio qui si annida il cuore del mistero, quel “non abbiamo visto niente” che getta un’ombra inquietante sul ruolo degli organi di vigilanza. La domanda che serpeggia, infatti, non riguarda solo i presunti accordi sottobanco, ma investe direttamente la funzione di Consob e della Banca Centrale Europea, chiamate a sorvegliare la regolarità delle operazioni di mercato e la stabilità finanziaria. Se da un lato è possibile che i controllori non abbiano rilevato elementi concreti di irregolarità tali da giustificare un intervento immediato, dall’altro non si può escludere che gli strumenti a loro disposizione si siano rivelati, in questa complessa circostanza, delle “armi spuntate”, incapaci di penetrare dinamiche che si sarebbero svolte in canali opachi e informali. Un interrogativo che resta sospeso, mentre l’operazione prosegue il suo corso, rendendo di fatto sempre più remota ogni ipotesi di un suo ripensamento, anche qualora le indagini dovessero accertare illeciti.
La sfida per i magistrati: un rebus dai tasselli mobili
Il lavoro dei pubblici ministeri si configura, quindi, come un’ardua caccia al dettaglio significativo nel vasto flusso di dati e conversazioni. L’obiettivo è stabilire chi, eventualmente, fosse a conoscenza di intese non palesate al mercato e se queste abbiano alterato la lealtà della trattativa. Concentrandosi sulle tracce digitali e sulle catene di comando, gli inquirenti tentano di far luce su quelle zone d’ombra che le relazioni ufficiali non documentano, consci che la posta in gioco è l’integrità stessa del processo che ha portato al cambiamento del controllo su uno degli istituti finanziari più simbolici d’Italia. La strada è lunga e tecnica, un rebus i cui tasselli, forse, continuano a muoversi mentre vengono osservati.




