Report, la Rai prepara la sospensione di Ranucci. Il nodo della credibilità e il casting per il sostituto
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Redazione Interno
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La credibilità è il bene più prezioso per chi fa informazione e, nel caso di un programma di inchiesta come Report, rappresenta il fondamento stesso del rapporto con il pubblico. La vicenda che lega il conduttore Sigfrido Ranucci all'imprenditore Valter Lavitola, ora reo confesso del ruolo di mandante dell'attentato dinamitardo dello scorso ottobre, ha posto con forza questo tema al centro del dibattito.
Il giornalista può essere smentito o contestato, ma se il pubblico comincia a percepire che non è più lui a governare le fonti, bensì le fonti a governare lui, il meccanismo della fiducia si rompe. Ed è esattamente questo il nodo che la Rai si appresta a sciogliere, con la conduzione del programma affidata a un sostituto già a partire dall'8 novembre, data del ritorno in onda del programma su Rai3.
L'orientamento dei vertici: sospensione e il rischio dell'effetto martire
La conclusione politica, per così dire, sarebbe già stata presa: allontanare Sigfrido Ranucci dalla guida di Report. Il vero scoglio, però, è capire come attuare questa scelta sul piano editoriale, senza innescare reazioni opposte a quelle desiderate. A viale Mazzini, il timore ricorrente è che una sospensione decisa dall'alto possa trasformare il conduttore in un martire, consegnandogli un alone di perseguitato politico che rischierebbe di alimentare ulteriori polemiche.
L'azienda, perciò, sta valutando attentamente le modalità, cercando di trovare una soluzione che tuteli il marchio Report senza che l'etichetta di "TeleMeloni" venga apposta prima ancora del comunicato ufficiale. In questo contesto, si inseriscono le parole del senatore dem Walter Verini, capogruppo in Commissione Antimafia, che ha definito "inaccettabile" l'idea che la politica decida di cacciare Ranucci per colpire una trasmissione scomoda, distinguendo tra gli errori di frequentazione e le ingerenze del governo.
Il ruolo del comitato etico e le verifiche interne
Il rapporto del comitato etico della Rai, che ha analizzato chat, mail e audio recuperati dai dispositivi di Lavitola, ha rappresentato un passaggio cruciale. Pur essendo secretato, secondo le ricostruzioni il parere raccomanderebbe all'amministratore delegato Giampaolo Rossi di mettere in sicurezza l'azienda, suggerendo di fatto l'allontanamento del giornalista per scongiurare un'ulteriore "umiliazione" per il servizio pubblico.
All'interno del Consiglio di amministrazione, però, le posizioni sono divise: i consiglieri Alessandro Di Majo e Roberto Natale (indicati da Avs e M5S) chiedono che le verifiche restino concentrate sull'attività giornalistica, chiedendosi se il rapporto con Lavitola abbia condizionato i contenuti di Report. Dall'altra parte, la consigliera Federica Frangi (centrodestra) rivendica il diritto dell'azienda a svolgere verifiche più ampie, che includano la riservatezza, la lealtà e la tutela dell'immagine del programma.
Il toto-conduttori e l'ipotesi del Report senza volto
In attesa di una decisione, il casting per il successore di Ranucci è già entrato nel vivo. Tra i nomi più accreditati per una conduzione esterna circolano quelli di Peter Gomez, Riccardo Iacona e Maria Cuffaro. L'ipotesi, però, che sembra raccogliere maggiori consensi a viale Mazzini è quella di una soluzione interna, che garantirebbe maggiore continuità alla redazione. In questo senso, i profili degli inviati storici come Giorgio Mottola, Giulio Valesini e Paolo Mondani sarebbero quelli che la redazione accetterebbe senza particolari traumi.
Esiste poi una terza via, descritta come qualcosa di più di un esercizio teorico: una stagione interlocutoria senza un conduttore fisso. Il programma andrebbe in onda come una sequenza di inchieste, con ogni giornalista che introduce il proprio servizio davanti alla telecamera. Questa soluzione corale avrebbe il vantaggio di rinviare la scelta del successore, disinnescando la lettura politica dell'incoronazione e preservando il valore pubblicitario del marchio, senza spaccare la redazione su un nome che non è tuttora unanime.
Le ombre dell'inchiesta e la questione della credibilità
Al di là delle dinamiche aziendali, il dibattito sulla permanenza di Ranucci è alimentato dagli sviluppi giudiziari. Gli inquirenti stanno analizzando i dispositivi di Lavitola per stabilire quanto il conduttore sapesse delle intenzioni dell'amico. Un elemento che ha sollevato più di un interrogativo è il fatto che Ranucci, ascoltato come persona informata sui fatti dopo l'attentato, non abbia mai menzionato agli inquirenti le piste (dai servizi segreti alla camorra) che Lavitola gli suggeriva con insistenza.
A ciò si aggiungono le rivelazioni sul progetto politico di Lavitola, che intendeva testare le potenzialità elettorali di Ranucci con un sondaggio per portarlo a Palazzo Chigi. Come ha osservato il direttore del Gazzettino, Roberto Papetti, aldilà degli esiti giudiziari, il tema centrale è già oggi la credibilità del conduttore: la sua amicizia con un pluripregiudicato e l'intreccio di relazioni emerse sono ombre che rischiano di pesare su ogni sua scelta e su ogni inchiesta, mettendone in discussione la veridicità agli occhi del pubblico.
Il futuro di Ranucci e di Report è appeso a un filo che si dipana tra i palazzi della giustizia e quelli della politica, con la Rai chiamata a una scelta che non può più essere rinviata.
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