L'omicidio Mattarella e i depistaggi, una storia che riemerge dopo mezzo secolo
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Saranno i magistrati a stabilire il destino giudiziario di Filippo Piritore, l’ex prefetto finito ai domiciliari con l’accusa di aver depistato le indagini sull’omicidio di Piersanti Mattarella. In attesa di capire che evoluzioni avrà l’inchiesta della procura di Palermo, guidata da Maurizio de Lucia, le indagini dei pm rafforzano un’opinione condivisa, che trova un suo fondamento in una trama istituzionale fitta di ombre e di silenzi, i quali, come è emerso, hanno avuto il preciso scopo di deviare le ricerche della verità. Un caso, quello dell’assassinio del presidente della Regione Sicilia, ucciso il 6 gennaio 1980 e fratello dell’attuale capo dello Stato, che non smette di interpellare la coscienza collettiva, mostrando quanto fosse profonda, all’epoca dei fatti, la permeabilità tra certi ambienti dello Stato e le organizzazioni criminali.
La pista nera e la telefonata che portò a un vicolo cieco
La prima ipotesi investigativa battuta per far luce sull’omicidio di Piersanti Mattarella fu quella del terrorismo nero. Una telefonata, la quale rivendicò il delitto a nome di un sedicente gruppo neofascista, indirizzò le indagini verso l’eversione di destra, che in quel periodo viveva una fase di attività particolarmente intense; nonostante ciò, e nonostante l’apparente credibilità di quella pista, le investigazioni non approdarono a nulla di concreto, lasciando supporre, come poi è stato ampiamente ipotizzato, che si fosse trattato di una manovra calcolata per allontanare i sospetti dai veri mandanti. Quella traccia, insomma, si rivelò un vicolo cieco, costruito ad arte per confondere le acque e proteggere gli autori materiali e intellettuali del delitto.
La certezza di Piero Grasso: "È scritto nelle carte, c’è stato depistaggio"
«È scritto nelle carte processuali, c’è stato un depistaggio». Era il 7 gennaio del 2016 e l’allora presidente del Senato, Piero Grasso, il magistrato che indagò sul delitto di Piersanti Mattarella, scolpiva non uno scenario, una trama o un’ipotesi investigativa, ma una certezza che tracciava un percorso preciso. Quelle parole, che oggi suonano quasi profetiche alla luce delle recenti svolte investigative, rappresentano un crocevia dal quale si potevano diramare le indagini per smascherare quello che sta affiorando a distanza di quasi quarantacinque anni; una storia che riappare, per l’appunto, come la pagina strappata di un libro di cui finalmente si ritrova un frammento decisivo.
Un'inchiesta infinita e il movente inconfessabile
Con una cadenza lenta ma costante, lunga quasi mezzo secolo, l’inchiesta infinita sull’assassinio di Piersanti Mattarella ci restituisce frammenti che concorrono a comporre un quadro a dir poco sconcertante. Emerge il ritratto di un “mondo istituzionale” che si mosse pesantemente, e con ogni mezzo a sua disposizione, per nascondere l’inconfessabile movente di quell’omicidio, certamente commesso dalla mafia ma non nel suo esclusivo interesse. Le recenti indagini, che hanno portato all’arresto dell’ex prefetto, sembrano proprio confermare questa trama oscura, fatta di depistaggi e di omissioni, la quale ha impedito per decenni di fare piena luce su una delle pagine più buie della storia repubblicana.




