Mafia, silenzi e depistaggi: a 46 anni dall'omicidio di Piersanti Mattarella
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Redazione Interno
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Sono trascorsi quarantasei anni da quel 6 gennaio del 1980, quando il presidente della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella, venne crivellato di colpi d'arma da fuoco a pochi passi dalla sua abitazione palermitana, poco dopo essere uscito per recarsi alla messa domenicale con i familiari. Un delitto, quello del fratello maggiore dell'attuale Capo dello Stato, che fin dal primo istante sembrò scritto per un copio speciale, destinato a scivolare, non senza spinte occulte, nelle acque torbide dei misteri italiani e in quel doppiofondo, teorizzato da Giovanni Falcone, fatto di “ibridi connubi”. Una verità, quella sulla morte del politico democristiano, che ancora oggi si dimena prigioniera nella sua stessa oscurità, mentre le indagini giudiziarie continuano a scavare, con fatica, per squarciare il velo di omissioni e depistaggi che l'hanno avvolta.
Un reticolo di contatti e le amnesie dell'ex prefetto
Proprio sul fronte dei depistaggi si concentrano, oggi come non mai, le attività degli inquirenti, i quali stanno cercando di far luce su una fitta trama di rapporti e influenze che avrebbero deviato le indagini originarie. Dinanzi al giudice che ha recentemente disposto il suo arresto, con la misura degli arresti domiciliari, l'ex prefetto Filippo Piritore – all'epoca dei fatti funzionario della squadra mobile – ha pronunciato frasi rivelatrici, seppur frammentarie e cariche di ambiguità. «Qualcuno mi avrà detto di procedere in quel modo, forse i miei dirigenti dell’epoca», ha inizialmente sussurrato, per poi ritrarsi immediatamente in un più comodo e opaco «So male, non ricordo, sono confuso». Dichiarazioni che, nel loro oscillare tra un accenno di rivelazione e il ripiegamento nell'oblio, disegnano il perimetro di un sistema che qualcuno, evidentemente, ha interesse a mantenere indefinito.
Le firme di un delitto politico: tra mafia, neofascismo e apparati deviati
La storicità dell'evento, peraltro, trascende ormai da tempo l'ambito del “semplice” assassinio di matrice mafiosa, assumendo i contorni di uno snodo decisivo e sanguinoso della storia repubblicana, strettamente intrecciato ad altre tragedie nazionali come le stragi di Ustica e di Bologna. Come ricostruito con meticolosa precisione dallo storico Miguel Gotor nel suo saggio "L’omicidio di Piersanti Mattarella" edito da Einaudi, l'uccisione fu il risultato di una complessa rete di connessioni che univa il crimine organizzato di Cosa Nostra, ambienti neofascisti, la loggia massonica P2 e settori deviati dello Stato. Mattarella, che dopo la morte di Aldo Moro era considerato da molti uno degli eredi politici e morali dello statista democristiano, rappresentava un ostacolo pericoloso per tali conglomerati di potere, i quali agivano al di fuori di ogni legge e controllo democratico.
Un omicidio che rovesciò le regole del gioco
L'esecuzione, in definitiva, segnò una cesura profonda, un punto di non ritorno che rovesciò brutalmente le regole del gioco politico in Italia e in Sicilia. Con quel triplice colpo di pistola esploso in via della Libertà, non si eliminò soltanto un uomo e un amministratore integerrimo, che aveva iniziato una coraggiosa opera di moralizzazione dell'ente regionale, ma si cercò di deviare il corso stesso della democrazia, imponendo con la violenza la logica degli interessi occulti e degli affari illeciti. Il lavoro di scavo storiografico e giudiziario, nonostante il passare degli anni e le molte resistenze, continua a tentare di restituire a quel giorno d'inverno tutta la sua drammatica e scomoda verità, affrontando un mosaico fatto di pezzi che qualcuno, ancora adesso, prova a tenere nascosti o a far sparire per sempre.




