Il giallo di Pietracatella e la precisazione dello Spallanzani: “Nessuna anomalia nella gestione dei campioni”
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Redazione Interno
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Roma. La catena di custodia, in un’inchiesta per omicidio, è spesso il tassello che fa crollare o regge l’intero impianto accusatorio; per questo, l’Istituto nazionale per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” ha ritenuto necessario intervenire con una nota ufficiale, al fine di evitare – come si legge nel documento – speculazioni e ricostruzioni non corrette. L’ente romano, punto di riferimento per la microbiologia clinica, ha voluto fare chiarezza sulle modalità di conservazione dei campioni biologici di Gianni Di Vita, l’uomo che ha perso la moglie Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara, di appena 15, nel drammatico epilogo di dicembre scorso a Campobasso. Secondo quanto precisato dall’istituto, i campioni del paziente non hanno subito alcuna anomalia gestionale: le provette destinate alle indagini sierologiche sono state mantenute a una temperatura di +4°C, mentre gli estratti per le analisi molecolari sono stati conservati mediante congelamento a -20°C, in piena conformità ai protocolli standardizzati richiesti per quello specifico test di riferimento.
Protocolli e veleni: le procedure del reparto di malattie infettive
La precisazione, che arriva dopo settimane di silenzio investigativo, si inserisce in un quadro scientifico che si fa, giorno dopo giorno, sempre più definito sebbene carico di ombre. Lo Spallanzani ha ribadito con forza che il proprio ruolo, in questa vicenda, era strettamente limitato alle indagini di microbiologia; per questo specifico ambito – l’unico per cui l’istituto era stato formalmente coinvolto – la conservazione a +4°C e a -20°C è considerata assolutamente adeguata. Una replica, quella dell’ente romano, che sembra rispondere implicitamente a qualche dubbio sollevato nei giorni scorsi. Si era parlato, tra le pieghe dell’inchiesta della procura di Larino, della possibilità che la negatività alla ricina riscontrata in alcuni test eseguiti su Di Vita potesse dipendere proprio da una degradazione dell’analita, avvenuta a causa del tempo trascorso tra il prelievo (effettuato il 28 dicembre) e le analisi approfondite, o di una catena del freddo non perfetta.
La svolta della ricina: la relazione che cambia il volto dell’inchiesta
Mentre i riflettori si accendono sulle procedure ospedaliere, la procura di Larino procede spedita su un altro binario, quello del duplice omicidio premeditato. L’elemento che ha spinto gli inquirenti verso questa direzione è l’acquisizione, ormai definitiva, della relazione tossicologica firmata dal Centro Antiveleni Maugeri di Pavia. Il documento, atteso da giorni, lascia poco spazio a interpretazioni alternative: le analisi condotte su madre e figlia hanno confermato la compatibilità dei decessi con un’intossicazione acuta da ricina, un veleno potentissimo estratto dai semi di *Ricinus communis*, privo di antidoto e letale anche in minime quantità. Gli investigatori, sebbene avessero avuto accesso ad anticipazioni informali sulla presenza della tossina nel sangue delle vittime (si parlava già di “intossicazione acuta”), attendevano questo atto ufficiale per compiere i passaggi formali dell’indagine.
Silenzi e telefoni: il mistero dell’uomo che scampò al veleno
Quella che resta, ad oggi, l’incognita più affascinante e complessa del “giallo di Pietracatella”, è la posizione di Gianni Di Vita, marito e padre delle due donne, ricoverato anch’egli in ospedale con sintomi lievi ma sopravvissuto. La sua estraneità al veleno, se confermata, solleverebbe inevitabili interrogativi sulla dinamica della contaminazione: come è possibile che la madre e la figlia abbiano assorbito una dose letale mentre lui, che condivideva la stessa tavola (quella del cenone del 23 dicembre, a base di cozze, salumi e giardiniera), ne sia uscito quasi illeso? A complicare il quadro si aggiunge l’acquisizione del telefono cellulare della primogenita Alice, la figlia diciannovenne che quella sera non cenò con la famiglia (era uscita a mangiare una pizza con amici) e che risulta parte offesa nel procedimento parallelo per omicidio colposo che vede indagati i medici dell’ospedale Cardarelli. Il dispositivo è stato sequestrato dalla Squadra Mobile di Campobasso per estrarre messaggi, chat e navigazione nei giorni cruciali tra il 22 e il 25 dicembre; un accertamento tecnico irripetibile che si preannuncia decisivo, condotto alla presenza dei legali delle parti, per capire se all’interno di quella famiglia – o fuori di essa – si nasconde la mano che ha preparato il mix mortale.




