La paura, quel vero avversario dell’Italia, mentre l’Irlanda del Nord annuncia i convocati
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Redazione Sport
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C’era una volta un presidente americano, Franklin Delano Roosevelt, che in piena Depressione, con il paese in ginocchio dopo il ’29, ebbe il coraggio di dire che l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa. Ecco, a distanza di quasi un secolo, dalle parti di Coverciano, il parallelo con quelle parole può sembrare azzardato, e certamente la distanza che separa uno statista del calibro di Roosevelt da Gennaro Gattuso è siderale, eppure il nocciolo del discorso, per gli azzurri, resta drammaticamente attuale. Perché giovedì 26 marzo, alla New Balance Arena di Bergamo, l’Italia non affronterà solamente l’undici di Michael O’Neill, una squadra che di nomi altisonanti ne conta pochi – va detto, con tredici giocatori militanti nella Championship inglese e solo quattro in Premier League, come ha sottolineato lo stesso ct -6 – ma dovrà fare i conti con un fantasma ben più ingombrante: la propria storia recente, fatta di fallimenti play-off contro la Svezia nel 2018 e, ancor più bruciante, contro la Macedonia del Nord nel 2022.
La lista dei convocati di O’Neill, diramata in questi giorni, offre pochi elementi di sorpresa, con l’esterno del Liverpool Kieran Morrison, giovane promessa diciannovenne, a rappresentare l’unica faccia nuova in un gruppo di ventotto elementi che ruota attorno alla solidità di giocatori come il capitano Shea Charles, centrocampista del Southampton, e l’esperto bomber Josh Magennis. Eppure, la sensazione è che il vero nodo da sciogliere, per Gattuso, non sia tanto contrastare le ripartenze nordirlandesi o scardinare il loro inevitabile fortino difensivo. L’ex tecnico del Milan, che da cinque mesi lavora per restituire un’identità a una Nazionale smarrita, si trova a dover vincere una battaglia che è innanzitutto mentale, una sfida contro l’ansia da prestazione che ha paralizzato le generazioni precedenti di azzurri.
Una generazione d’oro in altri sport, il calcio a inseguire
Mentre il tennis, l’atletica, la pallavolo e perfino la Formula 1 e il rugby continuano a regalare all’Italia soddisfazioni e podi, il calcio, lo sport nazionale per eccellenza, si trova paradossalmente a dover rincorrere. Il paradosso è tutto qui: siamo una potenza sportiva che, nel suo gioco più popolare, vive una crisi epocale le cui radici affondano in bolle speculative – giocatori pagati prezzi fuori mercato – in una sovrapproduzione di partite che satura l’offerta e, aggiungiamo, in metodologie di lavoro che spesso sembrano arrancare rispetto ai tempi. L’Italia di Gattuso, che ufficializzerà la sua lista dei convocati venerdì 20 marzo, deve fare i conti con questa eredità pesante, con un gruppo di giocatori che, come analizzano gli osservatori, arriva all’appuntamento carico di delusioni per le eliminazioni europee dei rispettivi club.
L’orgoglio irlandese e la voglia di scrivere la storia
Di fronte, però, non ci sarà una comparsa rassegnata. Michael O’Neill, parlando della sfida, ha usato parole misurate ma inequivocabili: “Se riuscissimo a raggiungere questo obiettivo, sarebbe un’impresa paragonabile a quella compiuta da una qualsiasi squadra dell’Irlanda del Nord, superare due trasferte sarà una sfida enorme, ma abbiamo l’opportunità di scrivere i nostri nomi nella storia del calcio nordirlandese”. Un’eventuale vittoria a Bergamo e poi in finale – contro Galles o Bosnia – rappresenterebbe per loro un’impresa titanica, la classica pagina di storia che questi piccoli paesi riescono a scrivere quando nessuno se lo aspetta. Per l’Italia, al contrario, non qualificarsi per il terzo Mondiale consecutivo sarebbe l’ennesima, insopportabile pagina nera.
Le scelte di Gattuso, tra certezze e ballottaggi
Gattuso, dal canto suo, sta valutando le ultime gerarchie. La Gazzetta dello Sport ipotizza che nella lista dei convocati potrebbero trovare spazio giovani come Niccolò Pisilli della Roma e Mattia Zaccagni della Lazio, mentre resta da decifrare la situazione di Riccardo Orsolini, il cui rendimento altalenante con il Bologna potrebbe costargli il posto. Nel reparto avanzato, Mateo Retegui appare l’unico vero intoccabile, con Moise Kean chiamato a ritrovare il gol, fondamentale per uscire da un periodo di appannamento. La sensazione, palpabile, è che al di là dei nomi, sarà la capacità di gestire l’evento a fare la differenza. Il rischio, sempre in agguato, è di scendere in campo pensando di dover battere non l’Irlanda del Nord, ma la paura di fallire ancora. E quella, come insegnava Roosevelt, è la battaglia più difficile.




