Non solo Hormuz: ecco i punti fragili del mondo (due sono in Italia)
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Redazione Economia
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Chi legge probabilmente ha dovuto fermarsi un attimo sulla prima parola di questo testo, quel “Ma-con-gran-pena-le-reca-giù” che, per essere decifrato, richiede un’età o una cultura geografica che i programmi scolastici degli ultimi anni hanno un po’ bistrattato. Una volta, infatti, bastava conoscere i nomi delle Alpi italiane o gli affluenti del Po per cavarsela; oggi, per capire il mondo, bisogna invece immergersi in una geografia molto più complessa e inquieta, fatta di stretti, canali e colli di bottiglia marittimi. La guerra in Iran e la conseguente chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz – da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale – hanno riacceso i riflettori su un tema che sembrava sepolto sotto tonnellate di analisi finanziaria: la fragilità delle rotte commerciali globali. E mentre l’attenzione è tutta concentrata sul Golfo Persico, esistono altri “choke points”, alcuni dei quali si trovano addirittura in Italia, la cui eventuale paralisi potrebbe avere conseguenze altrettanto disastrose per l’economia reale.
Una mappa del rischio globale disegnata dalla guerra
L’amministrazione Trump, che ormai da più di un anno guida gli Stati Uniti, sta capitalizzando economicamente il conflitto: i dati parlano chiaro, con un export record di greggio e gas liquefatto americano che viaggia verso l’Europa e l’Asia, approfittando dei vuoti lasciati dalle forniture iraniane e saudite. Tuttavia, se il prezzo del petrolio USA corre e le compagnie energetiche americane si riempiono le tasche, il resto del mondo – l’Europa in primis – è costretto a fare i conti con una nuova, pericolosa equazione logistica. Lo Stretto di Hormuz è solo il più plateale dei punti di strozzatura. Poco più a sud, il Bab el-Mandeb, la porta d’accesso al Mar Rosso, rimane una polveriera; se si blocca quello, si blocca di fatto il Canale di Suez, l’arteria che accorcia le distanze tra Asia ed Europa di oltre 7mila chilometri. Più a est, lo Stretto di Malacca – tra Malesia e Indonesia – è forse il vero cuore pulsante del commercio globale, un passaggio obbligato per un quarto delle merci mondiali e per l’energia destinata alla Cina e al Giappone. La loro fragilità, aggravata dalle tensioni geopolitiche attuali, ridisegna una geografia dell’energia dove la sicurezza non è più data dall’abbondanza, ma dalla diversificazione delle rotte.
L’Italia e i suoi due colli di bottiglia dimenticati
Se gli stretti mediorientali sembrano lontani, la crisi ha però messo a nudo due vulnerabilità strutturali tutte italiane, delle quali si parla poco ma che rappresentano un serio problema sistemico. Il primo è la dipendenza dal gas: l’Italia, con circa il 38% del fabbisogno energetico coperto da questa fonte, risulta l’economia più gas-dipendente d’Europa; la paralisi di Hormuz ha già causato la mancata consegna di decine di carichi di GNL qatariota, e i nostri rigassificatori – pur aumentati dopo il 2022 – faticano a tamponare il buco. Il secondo punto debole, più fisico e meno energetico, riguarda le infrastrutture a terra. Mentre petroliere e portacontainer vengono dirottate verso Capo di Buona Speranza, allungando i tempi di consegna di settimane, l’Italia si ritrova con un collo di bottiglia interno fatto di cantieri eterni e collegamenti incompiuti. Se la logistica mondiale devia le rotte, i porti italiani – da Genova a Gioia Tauro – rischiano il collasso per congestione, sprovvisti come sono di un efficiente retroporto ferroviario e autostradale. Ecco quindi i due “punti fragili” italiani: una vulnerabilità energetica legata ai contratti internazionali e una strozzatura logistica fisica, quella delle merci che, una volta sbarcate, non hanno strade per muoversi.
Effetti a catena e mercati impazziti
L’annuncio della tregua nella guerra in Iran ha portato un cauto ottimismo sui mercati, ma i numeri della settimana appena trascorsa raccontano una realtà molto più nervosa. Ieri, ad esempio, il prezzo del petrolio statunitense è schizzato in alto del 10% in poche ore, salvo poi ritracciare bruscamente; una volatilità che è il sintomo di un mercato che non crede a una soluzione rapida. Le assicurazioni per il rischio guerra, che una nave deve pagare solo per avvicinarsi a Hormuz, hanno raggiunto cifre astronomiche (milioni di dollari per poche ore di navigazione), mentre le compagnie marittime – invocando la forza maggiore – sbarcano i container nei porti più vicini e lasciano indietro le merci, generando di fatto un sequestro privato di enormi quantitativi di beni. Non si tratta solo di energia: metalli, fertilizzanti e componenti elettroniche subiscono ritardi e rincari, alimentando una nuova ondata inflazionistica che colpirà l’Europa proprio mentre cerca di ricostituire le scorte di gas per l’inverno.
La doppia sfida della penisola
Mentre Trump si vanta sui social – definendola una “vittoria” – che il petrolio scorrerà “con o senza l’aiuto dell’Iran”, la realtà oggettiva è che i nodi stanno venendo al pettine. Per l’Italia, il problema è duplice: nel breve termine, deve correre a cercare carichi alternativi di gas (dall’Azerbaigian o dall’Algeria) per sostituire i 10 cargo qatarioti già saltati; nel medio termine, si scontra con l’incapacità cronica di rendere efficienti le proprie infrastrutture nazionali. Il paradosso, amaro, è che mentre il mondo ridisegna le sue rotte per evitare i pericoli di guerra, l’Italia rischia di restare bloccata non dai missili, ma dai propri cantieri fermi e da una logistica che non tiene il passo. La geografia, quella vera, fatta di stretti, canali e fondali, non perdona: e se non si interviene sui propri punti deboli, il costo di questa guerra – anche se lontana – lo pagheremo caro alla pompa di benzina e sugli scaffali dei supermercati.




