Processo Dal Pino, la perizia esclude l’infermità mentale: resta il nodo dell’omicidio volontario

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel processo Dal Pino, la perizia psichiatrica ha stabilito che Cinzia Dal Pino era capace di intendere e di volere, pur riconoscendo l’esistenza di diverse fragilità personali che avrebbero avuto un collegamento con la condotta contestata. Secondo i professionisti incaricati della valutazione, la donna soffre di pluripatologie che non presentano però una rilevanza tale da compromettere le sue capacità cognitive e volitive. Gli esperti hanno evidenziato come l’insieme delle sue condizioni abbia inciso sul piano emotivo, generando stati d’animo caratterizzati da paura e turbamento, ma senza configurare una situazione di infermità mentale.

Le conclusioni della perizia e il peso delle fragilità emotive

La relazione degli specialisti rappresenta uno degli elementi centrali emersi durante il procedimento. Nelle conclusioni viene sottolineato che le fragilità della donna ebbero un nesso con la condotta criminosa, ma non sotto forma di una patologia in grado di annullare o ridurre la capacità di comprendere le proprie azioni. La perizia individua invece una condizione di vulnerabilità emotiva accompagnata da forti sentimenti di paura e turbamento. Si tratta di una distinzione rilevante nel contesto processuale, poiché separa il piano delle condizioni psicologiche personali da quello dell’imputabilità, che secondo gli esperti deve ritenersi conservata.

La vicenda riguarda la morte di Nouredine Mezgou, 52 anni, marocchino senza fissa dimora. Cinzia Dal Pino, 67 anni, è chiamata a rispondere dell’accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. I fatti risalgono alla notte tra il 7 e l’8 settembre 2024 nella zona della darsena di Viareggio. In base alla ricostruzione degli inquirenti, la donna era appena uscita da un ristorante in via Coppino quando sarebbe stata avvicinata dall’uomo nel parcheggio. Da quell’episodio ha avuto origine una vicenda che oggi è al centro del processo davanti alla Corte d’Assise.

La strategia della difesa e la richiesta dell’accusa

Nel corso dell’udienza, i difensori Enrico Marzaduri e Alberto Gargani hanno sviluppato una ricostruzione differente rispetto a quella sostenuta dalla pubblica accusa. La linea difensiva punta a escludere l’ipotesi dell’omicidio volontario e a ottenere una diversa qualificazione giuridica dei fatti. Gli avvocati hanno infatti chiesto alla Corte d’Assise di riformulare il capo d’imputazione, prospettando l’eccesso colposo da legittima difesa oppure, in via subordinata, l’eccesso preterintenzionale da legittima difesa. Secondo la difesa, l’obiettivo della donna non sarebbe stato quello di uccidere, ma di recuperare la borsa che le era stata sottratta.

Di segno opposto la posizione della procura. Durante la requisitoria, il pubblico ministero Sara Polino ha chiesto la condanna all’ergastolo senza il riconoscimento di attenuanti. La richiesta è stata formulata davanti a Cinzia Dal Pino, che ha seguito l’udienza seduta accanto ai suoi legali. L’accusa ritiene che la donna debba rispondere di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà per la morte di Nouredine Mezgou. La parola “ergastolo”, pronunciata nel corso della requisitoria, rappresenta uno dei passaggi più significativi del processo, che ora vede confrontarsi due interpretazioni profondamente diverse dei fatti e delle responsabilità contestate.

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