Il cuore fermo della premio Nobel: Narges Mohammadi e il silenzio dopo l’infarto in cella

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Erano le prime luci dell’alba quando, nel reparto femminile del carcere di Zanjan, le compagne di cella di Narges Mohammadi hanno fatto una scoperta che, ancora una volta, riaccende i riflettori sulla detenzione della premio Nobel iraniana. Riversa sul giaciglio, con gli occhi sbarrati all’indietro e le mani gelide: un quadro clinico che lasciava pochi dubbi sulla gravità del momento. L’urgenza, in quell’istante, era solo istintiva. La coperta con cui l’hanno avvolta e il trascinamento fino all’infermeria del carcere raccontano di una corsa contro il tempo compiuta non da medici, ma da detenute. Se un farmaco l’ha poi riportata in sé, quello stesso gesto terapeutico è rimasto l’unico concessole.

Ciò che le compagne hanno descritto – occhi rovesciati all’indietro, perdita di coscienza prolungata – sono i segni, per quanto evidenti, di un malore che, secondo la diagnosi informale raccolta nell’ambulatorio carcerario, sarebbe riconducibile con “molta probabilità” a un infarto. E qui si innesta il nodo centrale della vicenda, quello che trasforma una emergenza medica in un caso giudiziario e umanitario: nonostante i sintomi e la richiesta, nessun trasferimento in ospedale è stato disposto, nessuno specialista ha potuto visitarla. La cura, così come la diagnosi, è rimasta confinata tra i muri dell’infermeria, un luogo che – in questi giorni – trema letteralmente per le bombe israelo-americane, troppo vicine per non rappresentare un ulteriore fattore di stress per i detenuti.

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