L’entusiasmo per l’intelligenza artificiale si scontra con la realtà dei bilanci aziendali
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Dopo un biennio caratterizzato da annunci trionfalistici e da una rincorsa agli investimenti che ha visto le aziende di ogni settore affrettarsi a implementare soluzioni di intelligenza artificiale, i riflettori si spostano ora sui dati di fatto, e questi ultimi dipingono un quadro decisamente più sfumato, se non freddo, rispetto alle attese. Uno studio diffuso dal National Bureau of Economic Research, che ha coinvolto quasi seimila dirigenti tra Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Australia, rivela come per circa l’ottanta per cento delle imprese l’impatto sulla produttività, misurata attraverso il volume delle vendite per dipendente, sia stato irrilevante nell’arco dell’ultimo triennio. Un dato, questo, che include anche quelle realtà che l’AI l’hanno adottata e la utilizzano, seppur con un’intensità media che si attesta su appena un’ora e mezza alla settimana, a dimostrazione di quanto la strada per un’integrazione profonda e capace di generare valore sia ancora in salita -1-10. A ciò si aggiunge un’altra rilevazione, condotta dal Massachusetts Institute of Technology, secondo la quale il novantacinque per cento delle organizzazioni che hanno avviato programmi basati sull’intelligenza artificiale generativa non avrebbe ancora visto alcun ritorno economico significativo sugli ingenti capitali investiti, stimati nell’ordine di decine di miliardi di dollari -1.
Dalla disillusione degli utenti alle prime crepe nella filiera
Le difficoltà, però, non sembrano limitarsi alla sola mancata crescita dell’efficienza, ma iniziano a manifestarsi anche sul piano operativo e strategico. Un rapporto curato dagli analisti del Deutsche Bank Research Institute, che ha esplorato le prospettive del settore, parla apertamente di una fase di “disillusione” che starebbe prendendo il sopravvento sull’entusiasmo iniziale -6. Chi utilizza questi strumenti in ambito professionale, si legge nel documento, si trova a fare i conti con errori inaspettati e con la difficoltà oggettiva di applicare l’AI alla complessità e alle variabili imprevedibili della vita reale, laddove il divario tra ciò che la macchina sa fare e ciò che richiede l’intervento umano rimane profondo e, per certi versi, sorprendente. Non solo: il 2026 potrebbe rivelarsi un anno spartiacque anche per le infrastrutture, con il rischio concreto che la domanda di potenza di calcolo e di componenti specializzati superi l’offerta disponibile. La catena di fornitura, descritta come una delle più intricate mai concepite, presenta numerosi anelli deboli: una carenza di memorie ad alte prestazioni, un possibile collo di bottiglia nelle reti elettriche e la dipendenza da pochi siti produttivi a livello globale espongono il sistema a tensioni che potrebbero frenare bruscamente la diffusione su larga scala delle nuove tecnologie -6.
La finanza globale prova a tracciare il perimetro della trasformazione
In questo clima di crescente complessità, il dibattito si sposta dalla domanda se l’AI cambierà il mondo a come, quando e in quali settori lo farà, con i grandi player della finanza mondiale che tentano di tracciare una mappa degli effetti attesi. Sempre il Deutsche Bank Research Institute, avvalendosi del suo strumento proprietario dbLumina, ha provato a delineare i contorni di quello che definisce un “grande riequilibrio” -2. Le previsioni indicano che il modello di business del software, tradizionalmente basato sulla vendita di licenze per singolo utente, potrebbe essere messo in discussione proprio dall’aumento di produttività individuale garantito dall’AI, che ridurrebbe il numero di licenze necessarie all’interno di un’azienda. Nel settore dei servizi finanziari, l’attenzione si concentra sulla gestione patrimoniale e sull’impennata dei servizi di consulenza automatizzata, con masse in gestione che potrebbero crescere in modo esponenziale. Ma è forse nell’analisi dell’impatto occupazionale che le stime si fanno più delicate: l’istituto tedesco prevede la creazione netta di 78 milioni di posti di lavoro a livello globale entro il 2030, un saldo positivo che però nasconde un massiccio spostamento di mansioni, con 92 milioni di ruoli che potrebbero essere eliminati e 170 milioni di nuove posizioni che emergeranno, in un processo di distruzione e creazione che richiederà un riallineamento delle competenze senza precedenti -2.
Le istituzioni europee cercano una bussola per il futuro del lavoro
Mentre il mondo dell’impresa e della finanza cerca di decifrare i segnali di un mercato in ebollizione, le istituzioni pubbliche provano a impostare un percorso per governare la transizione. Il prossimo 27 febbraio, a Roma, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con la collaborazione di Inps e Inail, ospiterà una giornata di confronto dal Titolo “IA e lavoro: governare la trasformazione, moltiplicare le opportunità” -3-7. L’iniziativa, che vedrà la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni italiane, della Commissione Europea, delle parti sociali e del mondo accademico, si propone come un momento di dialogo aperto per discutere le strategie pubbliche, gli standard comuni e le garanzie necessarie per accompagnare l’adozione dell’intelligenza artificiale nei luoghi di lavoro. Al centro del dibattito, la necessità di costruire un quadro di fiducia attraverso la trasparenza e la responsabilità, con l’obiettivo esplicito di tracciare delle linee guida che possano orientare l’innovazione verso un modello che metta al centro la persona, in un’ottica che, almeno nelle intenzioni, vuole essere tutt’altro che subalterna alla sola logica del profitto e dell’efficienza a tutti i costi -3.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
