Il mondo vieta i social agli adolescenti: la mappa dei divieti e il nodo dell’età in Italia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Difficile dire se l’epoca dell’autoregolamentazione per i giganti del digitale sia definitivamente terminata, ma le recenti sentenze negli Stati Uniti – avverse ai colossi della Silicon Valley – segnano una chiara inversione di tendenza rispetto ai primi due decenni di vita dei social network. YouTube, Facebook e ora Twitter/X hanno da poco festeggiato i vent’anni di operatività in un contesto di sostanziale immunità giuridica, protetti da norme come la Sezione 230 americana che per anni hanno fatto da scudo. Faranno giurisprudenza soltanto negli Usa, eppure quello che un tempo veniva definito il Far West digitale sta lasciando il posto a un interventismo statale senza precedenti, spinto dall’urgenza di proteggere i minori.

L’effetto Australia e la stretta europea

L’accelerazione normativa trova il suo apice nell’esperienza australiana, divenuta il primo paese al mondo a imporre un divieto totale per gli under 16 attraverso una legge che è entrata in vigore nel dicembre del 2025. Le piattaforme che non rispettano il blocco rischiano multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani, una cifra che ha costretto i colossi tecnologici a rivedere drasticamente i propri meccanismi di accesso. Questo modello, osservato con attenzione da Bruxelles e da altre capitali, ha innescato una reazione a catena: la Francia, ad esempio, ha già normato l’obbligo del consenso genitoriale per i minori di 15 anni, sebbene l’effettiva applicazione si scontri ancora con difficoltà tecniche legate alla verifica dell’identità. Anche il parlamento danese si è mosso in questa direzione, con una proposta di divieto per i minori di 15 anni che prevede comunque una finestra di deroga per i ragazzi tra i 13 e i 14 anni su richiesta esplicita dei genitori.

La situazione italiana e le dichiarazioni di Valditara

In questo contesto internazionale si inserisce la posizione del governo italiano, ribadita con forza dal ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara. Intervenuto a Tg2 Post per commentare il recente episodio di violenza a Trescore Balneario – dove una professoressa è stata accoltellata da un tredicenne – il ministro ha tracciato una linea netta: “È di tutta evidenza la pericolosità di una gestione dei social da parte dei ragazzini”. Valditara ha ricordato le misure già adottate, come il divieto dell’uso del cellulare nelle scuole, annunciando che “il prossimo passo credo sia quello di abolire l’accesso ai social ai minori di 15 anni”. Un’intenzione che guarda proprio al modello francese e a quello australiano, ritenuti dal ministro una direzione giusta da seguire per responsabilizzare le piattaforme. L’approccio, però, non si limita alla sola repressione: il titolare del dicastero ha sottolineato la necessità di affiancare al divieto un investimento consistente nell’educazione digitale, perché senza la condivisione di responsabilità con le famiglie qualsiasi limite rischierebbe di restare solo un atto formale.

Il peso specifico del caso di Trescore Balneario

A rendere più urgente il dibattito, in Italia, è stato proprio quanto accaduto in provincia di Bergamo dove un ragazzo di tredici anni ha accoltellato l’insegnante Chiara Mocchi. Il gesto, che ha riportato l’attenzione sulla fragilità giovanile e sul legame con la comunicazione digitale, è stato caratterizzato da una premeditazione inquietante: il minore aveva condiviso su un gruppo Telegram un vero e proprio “manifesto” insieme al video dell’aggressione trasmesso in diretta. In quei messaggi, rintracciati dagli inquirenti, lo studente esplicitava la consapevolezza della propria non punibilità penale – dato che l’età minima per la responsabilità penale in Italia è fissata a 14 anni – e descriveva la volontà di infrangere le regole con lucidità. La vicenda ha riacceso il dibattito non solo sulla sicurezza nelle scuole, ma sulla capacità degli attuali sistemi di controllo di impedire che le piattaforme diventino amplificatori di rabbia e strumenti di isolamento per i giovanissimi.

Il nodo tecnologico della verifica dell’età

Se trent’anni fa, nel 1996, gli Stati Uniti tentarono di arginare il problema approvando le prime norme contro la trasmissione di materiale indecente ai minori – con disposizioni già allora dedicate alla verifica dell’età – oggi il tema è tornato al centro del dibattito con una complessità tecnica molto maggiore. La sfida principale rimane quella di implementare sistemi di age verification che siano efficaci senza trasformarsi in strumenti di schedatura invasivi. Mentre paesi come la Cina hanno optato per un sistema strutturato a “modalità minore” che limita i tempi di utilizzo in base all’età, in Europa e negli Stati Uniti si dibatte ancora sulla proporzionalità di questi strumenti rispetto alla privacy. I social network, dal canto loro, dichiarano ufficialmente un limite di accesso ai tredici anni, ma i dati raccolti dalle autorità di diversi paesi europei dimostrano come questa autoregolamentazione venga sistematicamente elusa da una larghissima fetta di bambini under 13. La direzione intrapresa da nazioni come l’Australia, che hanno abbandonato l’approccio basato sulla fiducia per adottare un divieto legislativo secco, sembra suggerire che la pazienza del legislatore nei confronti della Silicon Valley sia ormai giunta al capolinea.

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