Roma, blitz antimafia: azzerata la rete di droga nei quartieri. Torna in carcere “Er Palletta” della banda della Magliana
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Redazione Interno
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Hanno cominciato a bussare alle porte prima dell’alba, i carabinieri del nucleo investigativo, svegliando di soprassalto la criminalità organizzata della Capitale. L’operazione – coordinata dalla direzione distrettuale antimafia – ha portato a tredici arresti, con nove persone finite in carcere, nell’ambito di un’inchiesta che ha dissezionato una fitta ragnatela di narcotraffico attiva in molteplici zone della città. A finire in manette, tra gli altri, c’è Raffaele Pernasetti, settantacinquenne, nome di assoluto rilievo nell’universo malavitoso romano: parliamo di un ex esponente di spicco della vecchia banda della Magliana, soprannominato “Er Palletta”, che secondo la ricostruzione degli inquirenti non era per niente fuori dal giro. Anzi, gli viene contestato di aver procurato decine di chili di droga – fra hashish e cocaina – per una fiorente organizzazione di narcotrafficanti, la quale a questo punto risulta praticamente decapitata.
Il ruolo di broker e i legami con la ‘ndrangheta
La figura di Pernasetti, emersa dalle intercettazioni e dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, è quella di un autentico “broker” del narcotraffico: un uomo, cioè, che sfrutta il proprio passato criminale per garantire rifornimenti ai nuovi gruppi emergenti. Secondo quanto riportato nell’ordinanza del gip, mentre a capo della struttura operativa c’era Manuel Severa (soprannominato “Il Matto”), a Pernasetti spettava il ruolo di intermediario per l’acquisto e il rifornimento della sostanza, dove lui poteva contare su una vasta rete di conoscenze e su quel rispetto che si era conquistato sul campo negli anni. Non si trattava, tuttavia, di un’attività limitata a un solo clan: l’inchiesta della Dda ha infatti scassinato i rapporti consolidati tra la malavita romana, la camorra e le cosche calabresi. Pernasetti – lo si legge nelle carte – grazie alla sua vicinanza ad alcuni autorevoli esponenti del clan Senese (di origini napoletane) e a una cosca di ‘ndrangheta, avrebbe favorito l’approvvigionamento di droga destinata a piazze di spaccio strategiche come Trullo, Corviale, Magliana Nuova, Monteverde Nuovo e Garbatella.
La fiction e la realtà: quel personaggio di “Romanzo criminale”
Singolare, a questo punto, il cortocircuito tra la cronaca nera e la fiction che l’ha raccontata. Chi ha visto “Romanzo criminale” ricorderà il personaggio del “Botola”, un boss interpretato dall’attore e cantante Marco Conidi. Ebbene, “Botola” era proprio la controparte televisiva di Raffaele Pernasetti, ispirato alla sua figura di criminale duro e spietato cresciuto nei vicoli di Trastevere e Testaccio. Lo stesso Conidi, interpellato telefonicamente alla notizia dell’arresto, avrebbe reagito con un moto di sorpresa quasi incredulo, commentando la notizia che il suo alter ego nella serie era finito davvero dietro le sbarre. Un destino paradossale, quello dell’attore che ha costruito la propria carriera grazie a quel ruolo, mentre il vero “Palletta” torna in carcere esattamente per ciò che la serie raccontava: droga, armi e un potere criminale che non si è mai sopito.
Minacce, armi e la spedizione punitiva al meccanico
L’indagine, però, non si è limitata a ricostruire i flussi di stupefacenti. Gli investigatori hanno documentato anche un episodio di violenza agghiacciante, che dimostra come i vecchi metodi della banda siano ancora in voga. Secondo l’accusa, Pernasetti avrebbe personalmente minacciato un meccanico – debitore di una cifra pari a ottomila euro per una precedente partita di droga – puntandogli una pistola alla testa. Non contento del risultato, visto che le minacce non sortivano l’effetto desiderato, l’ex boss avrebbe ordinato una spedizione punitiva ai danni dell’uomo. Il tutto si è consumato nel marzo del 2024, quando un commando composto da tre persone ha raggiunto la vittima nel quartiere della Magliana, ferendola con tre colpi d’arma da fuoco alle gambe. Un modus operandi, questo, che gli inquirenti hanno ritenuto aggravato dal metodo mafioso proprio per la capacità intimidatoria derivante dal vincolo associativo. Pernasetti, insomma, era tornato a fare l’uomo d’onore, con tanto di liquidazioni sommarie per i debitori morosi, dimenticando quella parentesi di apparente normalità quando lavorava come cuoco nel ristorante del fratello a Testaccio (locale che gli investigatori, va detto, avevano letteralmente tappezzato di microspie e telecamere per documentare gli incontris).




