Bari, aperto il capitolo dei cuori: l’incidente probatorio sul trapianto di Domenico Caliendo cerca risposte tra lesioni da ghiaccio e scelte chirurgiche
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Redazione Interno
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Sono bastate quasi tre ore di esame macroscopico – giudicate tecnicamente “preliminari” da chi vi ha assistito – per restituire al caso di Domenico Caliendo quella solennità processuale che mancava dallo scorso 21 febbraio, quando il bambino di due anni e mezzo si è spento al Monaldi di Napoli. Nell’istituto di medicina legale del Policlinico di Bari, infatti, si è consumato il primo, cruciale atto dell’incidente probatorio voluto dal gip di Napoli, un passaggio che non solo mette fisicamente di fronte i due organi al centro della vicenda (quello nativo, malato, estratto dal torace del piccolo, e quello del donatore, deteriorato e arrivato da Bolzano), ma che segna anche il passaggio dalla ricostruzione astratta alla concretezza dei tessuti. I periti, affiancati dai consulenti della famiglia Caliendo e dei sette medici finiti nel registro degli indagati per omicidio colposo, hanno potuto così visionare “a cuore aperto” ciò che resta di un intervento eseguito il 23 dicembre scorso, cercando le prime tracce visibili di quelle che l’accusa ipotizza essere state lesioni da congelamento durante il trasporto.
I nodi dell’esame: dalla logistica della catena del freddo alle pieghe della cartella clinica
L’analisi, che per volontà del tribunale si è concentrata esclusivamente sullo stato dei due cuori, rappresenta in realtà il termometro di un’indagine molto più ampia, dove ogni fase della macchina dei trapianti è stata messa sotto torchio. Se la Procura di Napoli ha accumulato elementi per sostenere che l’organo giunto in sala operatoria fosse già compromesso (forse a causa di un contenitore o di una gestione errata delle temperature), i consulenti della difesa, come il professor Vittorio Fineschi – che assiste il cardiochirurgo Guido Oppido – hanno subito messo le mani avanti, definendo questi primi controlli macroscopicamente insufficienti per emettere sentenze. «Li abbiamo visionati macroscopicamente, adesso ci sarà l’esame microscopico il 10 giugno e poi saremo in grado di dirvi qualcosa di più. Adesso diremmo cose che non hanno fondamento scientifico» ha tagliato corto Fineschi a margine dei lavori. Una cautela, questa, che non ha però fermato gli avvocati di parte civile, i quali vedono in questa ricognizione barese la possibilità di dimostrare se il chirurgo abbia o meno agito nella consapevolezza di impiantare un organo ormai necrotico.
Il rinvio a giugno e l’ombra delle responsabilità concorrenti
L’appuntamento del 10 giugno – data in cui gli esperti torneranno a riunirsi per completare i prelievi e le colorazioni istologiche – dilata inevitabilmente i tempi di una verità che la famiglia del bambino insegue da quattro mesi, ma serve a definire con precisione un aspetto centrale del dramma: la distinzione tra un danno da “ischemia fredda” (eventualmente avvenuto durante il viaggio dall’Alto Adige alla Campania) e un eventuale vizio dell’organo preesistente al prelievo. Nel frattempo, restano sullo sfondo le contestazioni più dure per i vertici dell’équipe del Monaldi, con due dei medici che devono rispondere anche di falso nella ricostruzione degli orari in cartella clinica, un dettaglio non secondario per capire se l’espianto del cuore malato del bimbo sia avvenuto prima di aver constatato l’inutilizzabilità di quello nuovo. È su questi dettagli temporali, più che sulle sole condizioni dei tessuti, che si giocherà una partita giudiziaria destinata a protrarsi ben oltre l’estate, con i periti chiamati a sciogliere l’ambiguità tra un errore logistico e una scelta chirurgica forzata.




