Il caso di Domenico Caliendo, la madre smentisce il chirurgo: si fa dura la battaglia legale dopo il trapianto fallito

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono trascorsi ormai diversi giorni da quel 21 febbraio quando, all’ospedale Monaldi di Napoli, si è interrotta la breve vita del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni che non ce l’ha fatta a sopravvivere a un trapianto di cuore finito tragicamente in seguito al danneggiamento dell’organo durante il trasporto. Mentre i magistrati della Procura partenopea – i quali procedono nel massimo riserbo per ricostruire la catena di responsabilità che ha trasformato un intervento salvavita in un dramma giudiziario – continuano a raccogliere elementi tecnici e testimonianze, fuori dalle aule giudiziarie esplode un nuovo, violento fronte di scontro. Stavolta, però, il campo di battaglia è quello della parola data e della percezione dei fatti, con la famiglia della vittima da una parte e il cardiochirurgo che ha eseguito l’operazione, il dottor Guido Oppido, dall’altra; quest’ultimo, come si legge in alcuni atti difensivi, ha sostenuto che i genitori fossero stati informati immediatamente riguardo l’esito nefasto della procedura e lo stato in cui versava l’organo prelevato a Bolzano. Una versione, quest’ultima, che la madre del bimbo, Patrizia, ha prontamente e fermamente smentito in più occasioni, dichiarando invece di aver appreso la verità sulla contaminazione da ghiaccio secco soltanto a distanza di settimane dall’accaduto, quando ormai i dettagli più inquietanti della vicenda erano già stati anticipati dalle cronache nazionali.

La querela per diffamazione e la versione della madre

A inasprire ulteriormente il clima, già reso incandescente dal dolore per una perdita inaccettabile e dal silenzio imposto dall’inchiesta per omicidio colposo, ci ha pensato una dichiarazione pubblica del primario che – nelle more delle verifiche sulla cartella clinica e sulle modalità di conservazione dell’organo – ha ribadito la sua estraneità alle contestazioni più gravi, quasi rivendicando un ruolo di “vittima” del sistema o del caso. Una presa di posizione, quella del medico, che il legale della famiglia Caliendo, l’avvocato Francesco Petruzzi, ha prontamente intercettato trasformandola in un’occasione per alzare il tiro sul piano penale. L’avvocato ha infatti rotto il silenzio con una bordata durissima, annunciando ufficialmente l’intenzione di procedere con una querela per diffamazione a mezzo stampa nei confronti del chirurgo; secondo la difesa dei genitori, le affermazioni secondo cui la coppia fosse stata avvisata subito della cattiva riuscita dell’operazione costituirebbero non solo una forzatura della realtà, ma una vera e propria lesione della reputazione della madre, la quale si è sempre descritta come tenuta all’oscuro delle reali condizioni del cuore trapiantato. La donna, dal canto suo, ha affidato a poche battute cariche di rabbia il suo stato d’animo, sottolineando come nessuno potrà mai restituirle il figlio e osservando, con amarezza, che mentre i professionisti coinvolti si accusano l’un l’altro cercando un capro espiatorio, lei rimane attanagliata da un vuoto che nessuna indagine potrà colmare.

Le inchieste interne e le difese d’ufficio

Mentre la polemica si consuma sui media – e l’avvocato Petruzzi lamenta di subire pressioni e attacchi personali anche sui social network da parte di alcuni colleghi, al punto da sollecitare l’intervento dell’Ordine degli avvocati – il lavoro degli inquirenti non si ferma, anzi si arricchisce di nuovi tasselli destinati a pesare come macigni nel corso del procedimento. La Procura, che ha già iscritto nel registro degli indagati sette professionisti tra medici e paramedici, ha recentemente aggiunto per Oppido e per un’altra operatrice presente in sala, la dottoressa Emma Bergonzoni, anche l’accusa di falso; a far scattare il provvedimento sarebbero state alcune presunte anomalie riscontrate nella compilazione della cartella clinica del piccolo paziente, in particolare quelle relative agli orari di arrivo del cuore e all’esatto momento in cui si è proceduto all’espianto dell’organo malato. A ciò si aggiunge l’audizione, nelle scorse settimane, della direttrice generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli, Anna Iervolino, ascoltata come persona informata sui fatti per fare chiarezza sulle procedure interne: dagli atti emerge che l’équipe potrebbe non essere stata formata adeguatamente per l’utilizzo dei contenitori di ultima generazione, utilizzando invece un vecchio box termico privo di controllo digitale della temperatura, il che avrebbe favorito il contatto letale con il ghiaccio secco.

L’ombra della malasanità organizzativa

Sullo sfondo, dunque, non c’è soltanto l’errore individuale di chi ha maneggiato il cuore o redatto un referto, ma si delinea un quadro più vasto di criticità strutturali che, secondo le prime verifiche della Regione Campania, configurano una vera e propria “problematica organizzativa sistemica preesistente”; le verifiche hanno accertato, tra l’altro, ritardi nelle comunicazioni alle autorità sanitarie e un clima relazionale interno definito “gravemente deteriorato” già prima del fatidico 23 dicembre, giorno in cui Domenico è entrato in sala operatoria. E se da un lato i genitori di altri piccoli pazienti – ben 186 famiglie che hanno scritto una lettera aperta – hanno difeso pubblicamente la professionalità del primario Oppido, ricordando che i loro figli oggi sono vivi proprio grazie alla sua abilità chirurgica, dall’altro lato il silenzio della Procura e l’assenza di certezze definitive lasciano la famiglia Caliedo in un’attesa che rasenta l’agonia. La Pasqua, per Patrizia, è stata la prima senza il suo bambino, e l’unica consapevolezza che le rimane è che il piccolo, per due lunghi mesi, è rimasto attaccato a una macchina cuore-polmoni, in attesa di un miracolo che non è mai arrivato.

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