Milo Infante, l’addio alla Rai e il contratto d’oro: «Non fu questione di soldi»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Milo Infante ha rotto il silenzio sul suo addio alla Rai e sul successivo passaggio a Mediaset, un trasferimento che ha scatenato non poche polemiche negli ambienti televisivi e che ha alimentato, come spesso accade in questi casi, le più disparate interpretazioni. L'ex conduttore di "Ore 14", intervistato dal giornalista Roberto Alessi per il settimanale "Gente", ha voluto mettere i puntini sulle "i" riguardo alle ragioni che lo hanno spinto a lasciare viale Mazzini, smentendo categoricamente che alla base della sua scelta ci fossero motivazioni di natura economica.
La decisione, a suo dire, sarebbe stata dettata esclusivamente da divergenze di natura editoriale e da una visione differente del suo ruolo all'interno dell'azienda, elementi che avrebbero reso impraticabile una permanenza nella tv pubblica nonostante le proposte ricevute.
Secondo quanto riportato da Alessi, che ha avuto modo di ascoltare il racconto diretto del diretto interessato, Infante avrebbe addirittura rifiutato un contratto molto sostanzioso pur di non tradire quella che considera la propria linea professionale, una scelta che ribalta quindi la narrazione di un semplice e opportunistico cambio di maglia.
Le divergenze editoriali con la Rai
A scorrere le parole attribuite a Milo Infante emerge il quadro di una rottura consumatasi non tanto sul piano economico, quanto su quello dei contenuti e della libertà di espressione, un aspetto delicato che tocca il cuore stesso del mestiere del giornalista e della conduzione di un programma di approfondimento come "Ore 14".
L'idea di un condizionamento, o quantomeno di un perimetro troppo stretto entro il quale muoversi, avrebbe spinto il giornalista a cercare altrove quegli spazi di autonomia che nella sua ultima esperienza romana sarebbero venuti a mancare, trasformando il suo lavoro in una gabbia dorata dalla quale è preferibile uscire.
L'addio, insomma, non sarebbe stato un tradimento né una fuga verso lidi più facili, ma l'atto conclusivo di un percorso reso ormai complicato da scelte editoriali che Infante non condivideva, preferendo così gettare la spugna pur di non dover scendere a compromessi con una linea che non sentiva più propria.
Questa versione, sebbene filtrata dalle pagine di un settimanale e dalla testimonianza di un collega, offre una chiave di lettura più complessa e meno cinica rispetto a quella che solitamente accompagna i grandi trasferimenti del piccolo schermo, dove i numeri del contratto finiscono spesso per oscurare ogni altra considerazione.
Il futuro del giornalista a Mediaset
A questo punto, l'attenzione si sposta inevitabilmente su quello che sarà il futuro professionale di Milo Infante all'interno del gruppo Mediaset, un futuro che sembra ancora in fase di definizione ma che potrebbe riservare sorprese anche sul fronte dei ruoli dirigenziali. Al momento non è stato ancora ufficializzato il nome della trasmissione che il giornalista condurrà sulle reti del Biscione, ma è un fatto che a Cologno Monzese lo attendano compiti di una certa rilevanza, forse non limitati alla sola conduzione di un talk o di un programma di approfondimento.
Le indiscrezioni parlano infatti di un possibile incarico che andrebbe oltre la presenza in video, coinvolgendo Infante in mansioni più vicine alla progettazione e alla gestione dei contenuti, una sorta di ruolo ibrido che unirebbe l'esperienza davanti alla telecamera a quella dietro le quinte.
Un'eventualità che, se confermata, rappresenterebbe una scommessa importante da parte di Mediaset, che punterebbe non solo sul carisma del conduttore ma anche sulle sue capacità strategiche in un momento di profonda riorganizzazione dei palinsesti, soprattutto per quanto riguarda la fascia pomeridiana e quella serale di Rete 4.
La rivoluzione dei palinsesti e il caso di "Realpolitik"
In questo contesto di profondo rinnovamento delle programmazioni Mediaset, l'arrivo di Milo Infante si inserisce in un quadro più ampio di cambiamenti che stanno interessando la prima serata di Rete 4, con l'eliminazione di programmi come "Realpolitik" e una generale riconfigurazione degli spazi dedicati all'informazione. Non si tratta quindi di un semplice avvicendamento in una singola trasmissione, ma di una vera e propria rivoluzione che vede il network di Cologno Monzese rivedere le proprie strategie per rispondere alle sfide dell'audience e a una concorrenza sempre più agguerrita.
La cancellazione di "Realpolitik" e le modifiche apportate al daytime e al prime time sono segnali di una volontà precisa di ridisegnare il volto della rete, affidandosi a volti nuovi o a professionisti di comprovata esperienza come Infante, il quale si troverà a gestire un'eredità complessa e le aspettative di un pubblico fedele ma esigente.
La scelta di puntare su un giornalista che ha dimostrato di saper gestire con piglio autorevole i dibattiti politici e di attualità, come dimostrato nella sua esperienza su Rai 2, potrebbe rivelarsi vincente per rilanciare una fascia oraria che necessita di una scossa, anche se il vero banco di prova sarà naturalmente quello dei numeri e del gradimento del pubblico.




