Il calo delle vendite di pesce a Napoli tra paura epatite e caro gasolio: l’appello dei rivenditori “qui la zuppa è sicura”

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Redazione Salute Redazione Salute   -   A Napoli, in questi giorni di vigilia pasquale, entrare in una pescheria significa trovarsi faccia a faccia con il silenzio. I clienti, che per tradizione affollano i banconi alla ricerca del pesce per il pranzo delle feste, si contano sulla punta delle dita; i commercianti, abituati a un viavai frenetico, osservano invenduti salmoni, alici, merluzzi, orate e spigole che restano accatastati sul ghiaccio. Non si tratta, come qualcuno potrebbe pensare, di un calo fisiologico legato a un cambiamento delle abitudini alimentari, ma di una crisi che affonda le radici in due fattori distinti eppure convergenti: l’allarme sanitario per i recenti casi di epatite A e il rincaro del gasolio, che sta strozzando pescatori e rivenditori.

Il nodo più immediato, quello che si percepisce varcando la soglia dei negozi, è legato alla psicosi generata dal focolaio infettivo. «La storia dell’epatite si è riversata anche sugli altri prodotti – raccontano i pescivendoli in coro – Non stiamo vendendo niente». Un’affermazione che fotografa una dinamica tipica di queste situazioni: la paura, quando si insinua, tende a generalizzarsi. I consumatori, di fronte alle notizie dei contagi, hanno iniziato a guardare con sospetto non solo i frutti di mare, tradizionalmente più esposti al rischio di contaminazione se consumati crudi, ma l’intera categoria ittica. È così che al mercato cresce, parallelamente al calo degli acquisti, la richiesta di prodotti tracciati e controllati; un meccanismo di difesa che spinge i rivenditori a rassicurare i clienti con un messaggio chiaro: «Qui la zuppa è sicura», un invito a consumare il pesce ben cotto per azzerare qualsiasi pericolo residuo.

Sul fronte sanitario, del resto, i segnali provenienti dalle strutture ospedaliere confermano un progressivo miglioramento. Vincenzo Di Sarno, responsabile del pronto soccorso del polo monospecialistico di Napoli, al termine di una riunione con Vincenzo Esposito, direttore del dipartimento di Malattie Infettive ed Urgenze Infettivologiche del Cotugno, ha tracciato un quadro in evoluzione: «Siamo indubbiamente in una fase calante dell’epidemia di Epatite A – ha spiegato – ciò è avvenuto grazie alla risposta dei cittadini ai nostri consigli e ai provvedimenti adottati dalle istituzioni sanitarie regionali tradotte nelle ordinanze del sindaco». Un miglioramento che trova conferma anche nei numeri del territorio casertano, dove l’attenzione resta alta. L’Asl ha registrato due nuovi casi, portando il totale a 64; ma se da un lato questo dato conferma la persistenza del fenomeno, dall’altro i ricoveri sono scesi da 30 a 29, un segnale che le autorità sanitarie interpretano come indice di una situazione in lieve ma costante flessione, pur senza abbassare la guardia.

Il peso del caro gasolio su una filiera già in difficoltà

A complicare ulteriormente il quadro, però, non è solo la paura dei contagi. Aggiungendosi all’allarme sanitario, il caro gasolio rappresenta un’ulteriore mazzata per l’intera filiera ittica. I pescatori, costretti a fronteggiare un aumento insostenibile dei costi di carburante per le uscite in mare, vedono ridursi i margini di guadagno fino a mettere a rischio la sostenibilità stessa delle loro imbarcazioni. Una difficoltà che, a catena, si riversa sui banchi dei mercati ittici e da lì sulle famiglie che vivono di questo lavoro, in un territorio dove l’economia locale è fortemente intrecciata con le attività legate al mare. I rivenditori, in questo contesto, si trovano così schiacciati tra la necessità di rassicurare una clientela impaurita e l’impossibilità di abbassare i prezzi a causa dei rincari che arrivano dalle fasi precedenti della filiera.

Tra ordinanze e prudenza, il commercio cerca una via d’uscita

La risposta delle istituzioni, con le ordinanze del sindaco e le direttive regionali, ha giocato un ruolo cruciale nel contenere l’epidemia, come sottolineato dagli stessi sanitari. Tuttavia, per il settore commerciale il problema ora è un altro: come ricostruire la fiducia. I pescivendoli, in attesa che il flusso di clienti torni a essere quello tipico di questo periodo, continuano a puntare sulla trasparenza, esponendo le certificazioni di provenienza e ricordando, a chi si avvicina al banco, che la cottura elimina qualsiasi rischio legato al virus. Un messaggio che, nel caso specifico dell’epatite A, trova fondamento scientifico, ma che fatica a farsi strada in una popolazione ancora scossa dai titoli delle ultime settimane.

Un mercato che cambia volto sotto le festività pasquali

Pasqua, tradizionalmente uno dei momenti più redditizi per il settore ittico, rischia di trasformarsi quest’anno in un’occasione mancata. I pesci sui banconi, dalle varietà più pregiate a quelle di consumo quotidiano, restano lì a testimoniare una crisi di domanda che non risparmia nessuna fascia di prodotto. I commercianti, pur consapevoli del miglioramento dei dati epidemiologici, sanno che il tempo della percezione non coincide quasi mai con quello della realtà sanitaria. Mentre i ricoveri calano e l’epidemia entra in una fase calante, il sentimento di sfiducia dei consumatori continua a pesare come un macigno sulle vendite, in attesa che la normalità – fatta di abitudini e di riti legati al cibo – possa tornare a prevalere sulla paura.

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