Il governo fa sapere: Meloni riferirà in Parlamento l’11 marzo, Ciriani anticipa la data. Ma le opposizioni attaccano: “Troppo tardi, intanto scappa”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La tensione mediorientale, con l’escalation che ha seguito gli attacchi coordinati Stati Uniti e Israele sul territorio iraniano, approda in Aula solo tra una settimana, nonostante le richieste delle opposizioni di una convocazione straordinaria e immediata della presidente del Consiglio. È lo stesso ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, a rompere gli indugi nel tardo pomeriggio di giovedì 5 marzo, annunciando dai microfoni del Transatlantico che Giorgia Meloni ha comunicato la propria disponibilità a presentarsi davanti a Camera e Senato mercoledì 11 marzo. Un’informativa, quella della premier, che come spiegato dallo stesso Ciriani tenderà ad anticipare le comunicazioni in vista del prossimo Consiglio europeo, allargando però il perimetro della discussione all’intera crisi in Medio Oriente. Una tempistica, questa, che giunge al termine di una giornata particolarmente tesa sul piano politico, segnata dalle audizioni dei ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto e da un fuoco di fila dell’opposizione che non ha risparmiato critiche alla presidente, rea di aver preferito, secondo questa ricostruzione, i microfoni di una trasmissione radiofonica – dove è intervenuta a tutto campo nella mattinata – al banco del governo a Montecitorio.

L’assenza in Aula e il monologo via etere: le scintille tra Tajani e il M5S

Mentre i titolari della Farnesina e della Difesa riferivano alle commissioni congiunte, infatti, la presidente del Consiglio sceglieva i canali di Rtl 102.5 per tracciare un quadro dettagliato della posizione italiana, ribadendo con forza un concetto preciso: “Non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra”. Un’uscita che ha immediatamente sollevato il malumore dei gruppi di minoranza, i quali non hanno perso occasione per sottolineare quella che definiscono una vera e propria fuga dal confronto parlamentare. Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, è stato tra i più duri nel commentare la scelta della premier, parlando con i cronisti in piazza Montecitorio e sottolineando come su una crisi internazionale di tale portata – con gli attacchi armati di Stati Uniti e Israele che, a suo dire, violano il diritto internazionale – il governo abbia inviato quelli che ha definito “i due ministri, tra varie approssimazioni e ferie a Dubai”, evitando un passaggio diretto del capo dell’esecutivo. La replica del ministro Tajani, in Aula, non si è fatta attendere, con alcuni deputati dell’opposizione che hanno urlato “vergogna” e il titolare degli Esteri che ha respinto le accuse, rivendicando la correttezza del proprio operato e quello del collega Crosetto, e aggiungendo come la presidente del Consiglio non avrebbe detto nulla di diverso da quanto già esposto da loro stessi.

Il nodo delle basi militari e l’attesa per una richiesta da Washington

Tra i temi caldi che hanno infiammato il dibattito, e che probabilmente caratterizzeranno anche l’informativa dell’11 marzo, spicca la questione relativa all’utilizzo delle installazioni militari italiane concesse in uso agli Stati Uniti. Meloni, nel suo intervento radiofonico, ha cercato di fare chiarezza spiegando che eventuali richieste da parte dell’amministrazione Trump – tornato alla Casa Bianca – per un utilizzo più esteso delle basi in funzione delle operazioni belliche dovranno passare al vaglio del governo e, verosimilmente, dello stesso Parlamento. Attualmente, come ribadito anche dal sottosegretario Alfredo Mantovano, non vi è alcuna richiesta formale in tal senso da parte di Washington, e l’Italia si sta invece confrontando con le richieste di aiuti, soprattutto in termini di difesa aerea, provenienti dai paesi del Golfo, un’area vitale non solo per gli equilibri geopolitici ma anche per la presenza di migliaia di connazionali e per l’approvvigionamento energetico nazionale. Una posizione, quella dell’esecutivo, che cerca di bilanciare la fedeltà atlantica con la necessità di non apparire come parte attiva in un conflitto dai contorni giuridici quanto meno ambigui.

La linea italiana tra caos internazionale e speculazione energetica

Nel merito della crisi, la presidente del Consiglio ha espresso una preoccupazione che va oltre l’immediatezza delle operazioni militari, allargando lo sguardo a quello che ha definito un mondo sempre più governato dal caos, dove il diritto internazionale appare in crisi anche a causa di precedenti violazioni del sistema multilaterale. Una riflessione, la sua, che ha toccato le possibili ripercussioni economiche per l’Italia, con l’esecutivo pronto a vigilare affinché non si inneschino fenomeni speculativi sui prezzi dell’energia e dei generi alimentari, un tema particolarmente sensibile per le tasche degli italiani. L’annuncio di Ciriani, se da un lato fissa una data e mette fine alle voci su un possibile silenzio della premier, dall’altro lascia aperti tutti i nodi politici del caso, con le opposizioni che – da qui all’11 marzo – continueranno a chiedere conto di quelle che definiscono ambiguità di fondo, soprattutto in merito alla condanna degli attacchi e alla gestione di una crisi che vede coinvolti alleati storici come Stati Uniti e Israele.

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