La guerra all'Iran, ottavo giorno: le bombe su Beirut e la fuga da un Libano che trattiene il fiato
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Redazione Esteri
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È trascorsa esattamente una settimana da quando il mondo, o almeno quella porzione di mondo che si affaccia sul Mediterraneo orientale, ha avuto la netta sensazione che gli equilibri si stessero nuovamente rompendo. I colpi a sorpresa contro la Guida Suprema iraniana, che molti analisti avevano liquidato come uno scenario remoto, hanno invece aperto un fronte che oggi, giorno dopo giorno, rivela la sua complessità fatta di macerie e di esodi. In questo sabato che segue sette notti di boati, il Medio Oriente continua a bruciare, e a farlo in queste ore è soprattutto il Libano, dove l’offensiva israeliana contro Hezbollah ha raggiunto il cuore di Beirut con una violenza che non si vedeva dall’ultima escalation.
Il sobborgo meridionale della capitale, Dahiyeh, roccaforte storica del partito di Dio, è stato scosso per l’intera notte tra venerdì e sabato da raid aerei che hanno sollevato colonne di fumo alte e dense, visibili nitidamente sopra i grattacieli del centro città, quasi fossero un lugubre monumento alla precarietà di questa pace armata. Le autorità locali hanno confermato ondate successive di attacchi israeliani in un'area densamente popolata dove la presenza militare di Hezbollah si intreccia inestricabilmente con la vita di centinaia di migliaia di civili, e il bilancio, seppur provvisorio, parla di almeno 217 vittime dall’inizio della settimana, un numero destinato purtroppo a crescere man mano che i soccorritori scavano tra le macerie di Nabi Sheet e delle altre località colpite nella valle della Bekaa.
La resa dei conti israeliana e il destino di un popolo in fuga
L’operazione militare in corso, che ha già costretto alla mobilitazione di oltre centomila riservisti, sembra rispondere a una logica chiara e netta da parte del governo Netanyahu: approfittare dello scompiglio seguito all’uccisione dei vertici iraniani per regolare i conti con Hezbollah una volta per tutte, eliminando la minaccia alla frontiera settentrionale. Non si tratta più di semplici scaramucce o di una riedizione dei conflitti passati, ma di una spinta decisa che ha visto le Forze di Difesa israeliane ampliare la propria area di operazioni oltre i cinque punti inizialmente controllati, emettendo ordini di evacuazione per centinaia di chilometri quadrati a sud del fiume Litani e persino per interi quartieri di Beirut. Di fronte a questa avanzata, Hezbollah ha risposto con lanci di razzi e scontri sul terreno, rivendicando azioni contro colonie israeliane in Galilea e attacchi a postazioni di frontiera, in una guerriglia che cerca di negare al nemico quella vittoria decisiva e definitiva che Netanyahu sta cercando.
La popolazione civile, come sempre accade in queste tragiche geometrie belliche, si trova stretta nella morsa. Oltre 420mila persone, secondo stime delle agenzie umanitarie, hanno abbandonato le loro case nel sud e nella periferia sud della capitale, innescando una crisi di sfollati che il primo ministro libanese Nawaf Salam non ha esitato a definire potenzialmente senza precedenti per il paese. Chi fugge lo fa con quel poco che può caricare su un’auto, dirigendosi verso nord o accampandosi in spazi pubblici come piazza dei Martiri a Beirut, dove la vita all’aperto è diventata l’unica alternativa alle case bombardate. La pressione si riversa su infrastrutture già provate da anni di crisi finanziaria, e le strade verso la Siria, come l’autostrada Beirut-Damasco, non sono state risparmiate dai raid, colpendo anche mezzi civili in transito e rendendo ancora più impervia qualsiasi via di fuga.
Il rischio di una deflagrazione interna e il nuovo corso di Beirut
Questo conflitto, però, non sta soltanto ridisegnando i confini con il sangue, ma sta aprendo crepe profonde all’interno dello stesso Libano. Il governo centrale, infatti, ha compiuto un passo che solo pochi mesi fa sarebbe apparso impensabile: ha dichiarato illegali le attività militari di Hezbollah, rompendo quel delicato equilibrio che per anni ha permesso al partito sciita di agire come uno Stato nello Stato. Una mossa che arriva mentre le tensioni confessionali, sopite ma mai spente dal 1975 in poi, tornano a riaffiorare con prepotenza. Le Forze Armate libanesi hanno iniziato a sequestrare armi illegalmente detenute e si parla sempre più apertamente della necessità di deportare i membri della Guardia Rivoluzionaria iraniana presenti sul territorio, un’inversione di rotta che mira a riprendere il controllo della sovranità nazionale.
Tuttavia, questa iniziativa rischia di trasformarsi in un boomerang. Hezbollah ha già fatto sapere, per bocca dei suoi dirigenti, che il governo farebbe meglio a evitare di creare ulteriori problemi interni, un avvertimento neppure troppo velato sulla possibilità che il confronto con Israele degeneri in una guerra civile tra libanesi. Il timore di molti, a Beirut come nelle capitali occidentali, è che la strategia israeliana, se da un lato mira a disarticolare la milizia sciita, dall’altro stia in realtà mettendo a nudo tutte le fragilità di un paese che si ritrova a fare i conti con le proprie contraddizioni mentre le bombe continuano a cadere. La partita, insomma, non si gioca più solo tra Israele e Hezbollah, ma anche tra le diverse anime di una nazione che cerca di sopravvivere alla bufera.




