Il gelo di Strasburgo sul patto dei dazi, mentre a Davos Von der Leyen alza la voce

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’Europarlamento, in una mossa che non nasconde il suo valore politico, ha deciso di congelare il voto sull’accordo commerciale tra Unione europea e Stati Uniti, rinviandolo a data indefinita. È la prima, concreta contromossa istituzionale alle recenti pressioni e minacce provenienti da Washington, le quali, concentrandosi in particolare sulle ambizioni del presidente americano Donald Trump riguardo alla Groenlandia, hanno bruscamente riscaldato un clima diplomatico già teso. Una scelta, quella degli eurodeputati, che assume il sapore di un monito, in attesa che il Consiglio Europeo straordinario, convocato in via d’urgenza, e la Commissione stessa delineino la strategia ufficiale di risposta, la quale potrebbe includere, come è noto, l’attivazione di controdazi.

Dialogo di ferro sul palco di Davos

Nel contesto internazionale, segnato da un ritorno prepotente delle politiche protezionistiche e delle logiche di forza, si è svolto il cinquantacinquesimo Forum di Davos, intitolato non a caso “A Spirit of Dialogue”. Un auspicio che, dati i fatti degli ultimi giorni, rischiava di suonare quasi beffardo. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo intervento, ha scelto tuttavia di declinare quel concetto in modo molto personale e netto, evitando qualsiasi ambiguità. “Un patto è un patto, in politica come nel business”, ha affermato, utilizzando un termine caro all’attuale inquilino della Casa Bianca, per poi aggiungere con fermezza che la sovranità e l’integrità territoriale della Groenlandia non sono materia di trattativa.

L’Europa promette una risposta inflessibile e unitaria

La minaccia di dazi aggiuntivi da parte statunitense è stata definita dalla von der Leyen “un errore”, al quale l’Europa intende rispondere in maniera “inflessibile” e compatta. Il messaggio lanciato dalla platea svizzera è chiaramente duplice: da un lato, la disponibilità a erigere barriere difensive, se necessario; dall’altro, la volontà di trasformare lo shock geopolitico in un’opportunità per accelerare il cammino verso una maggiore autonomia strategica del continente. Una posizione che delinea i termini di un possibile nuovo corso, dove la difesa degli interessi comuni passa anche attraverso la capacità di resistere a pressioni unilaterali.

La provocazione social e il bivio evitato

Lo sfondo delle dichiarazioni ufficiali è costellato di gesti simbolici che hanno il peso della strategia. Come l’immagine, diffusa dallo stesso Trump, di due slitte trainate da cani che divergono verso direzioni opposte, accompagnata dalla domanda provocatoria “Dove vai, groenlandese?”. Un’illustrazione che, semplificando fino all’estremo le complesse dinamiche geopolitiche, sembrava voler imporre una scelta binaria ai paesi europei, costretti ad allinearsi a una sfera d’influenza o all’altra. La risposta europea, per come è stata abbozzata in queste ore, sembra invece puntare a rifiutare quel bivio forzato, tentando di tracciare una terza via che, pur nella fermezza, non precluda spazi di manovra futuri.

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