L’altra faccia dell’incendio sul monte Faeta: volontari Anpana e animali salvati tra fumo e braci

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’incendio che ha divorato il monte Faeta – interessando senza soluzione di continuità tanto il versante lucchese di Santa Maria del Giudice quanto quello pisano di Asciano – non ha lasciato scampo né alla macchia mediterranea né, come spesso accade in questi eventi, agli animali che in quelle aree vivevano. A differenza delle fiamme alte quaranta metri, capaci di piegarsi fino a terra spinte da un vento implacabile, c’è stata però un’operazione silenziosa e altrettanto urgente: quella condotta dai volontari dell’Anpana Lucca, che si sono mossi tra case isolate, piccole pertinenze rurali e terreni agricoli per mettere in salvo decine di esemplari.

Gatti randagi resi ancora più spaventati dal boato del fuoco, polli rinchiusi in vecchi recinti di rete, anatre disperse tra i canali di scolo e galline ritrovate sotto i rovi: ognuno di questi animali, in queste ultime giornate, ha rappresentato una piccola emergenza nella grande emergenza. I volontari dell’associazione animalista hanno prestato aiuto anche alle persone, ovviamente, ma il loro intervento più specifico si è concentrato sulla ricerca e sul recupero di quelle creature che nessun familiare avrebbe potuto raggiungere, bloccato com’era dai cordoni di sicurezza o impegnato a salvare la propria abitazione.

Turni massacranti per i vigili del fuoco e un interrogativo che brucia come le fiamme

Mentre il presidente della Repubblica – in visita proprio in provincia proprio in quei giorni – richiamava l’attenzione su valori costituzionali come la dignità e la sicurezza del lavoro, i vigili del fuoco sul monte Faeta operavano oltre ogni limite ragionevole. La loro denuncia, circostanziata e amara, parla di organici insufficienti e turni estenuanti; condizioni che, come loro stessi hanno sottolineato, mettono a repentaglio l’incolumità di chi corre a spegnere il rogo. E c’è chi quel rogo lo ha visto nascere e poi esplodere: un residente di San Giuliano Terme ha raccontato di aver visto la propria casa bruciare in pochi istanti, con fiamme così alte da superare i pini.

È in questo quadro di assoluta emergenza che emerge una domanda, rimbalzata nei giorni successivi tra chi ha perso tutto e chi è accorso per aiutare: “Perché si è aspettato tanto prima di intervenire?”. L’incendio, divampato nella tarda mattinata di martedì, era stato segnalato immediatamente dai residenti della zona di via San Pantaleone, dove avevano visto il fumo alzarsi dal bosco. I vigili del fuoco erano stati allertati, eppure quelle che molti speravano fosse una “situazione sotto controllo” entro l’ora di pranzo di giovedì si è trasformata in una catastrofe.

Da settanta a settecentodieci ettari: il fuoco che raddoppia e non dimentica gli animali

La velocità di propagazione ha fatto il resto. Inizialmente stimato su settanta ettari di terreno bruciato, l’incendio ha improvvisamente raddoppiato la sua estensione in pochissime ore, arrivando a toccare i centoquaranta ettari e poi, in un’accelerazione ancora più impressionante, a lambire i settecentodieci. Una progressione che ha spinto i soccorritori a ripensare continuamente le priorità: prima le case, poi le strade di fuga, infine – quando possibile – anche gli animali domestici e quelli da cortile.

Ed è proprio su questo ultimo aspetto, spesso dimenticato nei resoconti delle catastrofi naturali, che l’azione dell’Anpana si è rivelata preziosa. I loro volontari hanno lavorato in sintonia con i nuclei di protezione civile, recuperando gatti impauriti rintanati sotto le auto bruciacchiate e polli che vagavano in cerchio tra la cenere ancora calda. Alcune galline sono state trovate dentro un piccolo pollaio semidistrutto, miracolosamente illese; altre anatre – appartenenti a una piccola azienda agricola familiare – erano state trascinate dal fumo verso un fosso, dove i volontari le hanno raggiunte con stivali e retini.

Un cronista non dimentica il nero, ma lo racconta senza strappi

Non si può parlare di un incendio di queste dimensioni senza ricordare che, accanto ai numeri e agli ettari, esistono anche ferite meno visibili. In una zona tra il comune di San Giuliano Terme e il versante lucchese, diverse abitazioni sono state completamente distrutte. In una di queste, la casa di un vigile del fuoco – paradossalmente proprio di chi quella notte lottava contro le fiamme – è stata bruciata in pochi istanti. L’aria diventata irrespirabile, il cielo rosso in piena notte, le lingue di fuoco che avanzavano spinte dal vento: chi quella notte era sul posto fatica ancora a trattenere le lacrime.

Ma l’attenzione di chi scrive deve restare sui fatti, non sulle emozioni. E i fatti dicono che l’incendio sul monte Faeta ha avuto anche una faccia minore, meno raccontata, fatta di piume, pelo e zampette. Una faccia che l’Anpana Lucca ha preso per sé, portandola via dal fuoco.

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