Lorenzo Fontana e la svolta sull'Ucraina: la Russia ha fallito, parola del presidente della Camera
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Redazione Esteri
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In un intervento alla cerimonia degli auguri con la stampa parlamentare, il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha tracciato, con frasi misurate ma inequivocabili, un bilancio netto del conflitto in Ucraina, attribuendo alla Russia di Vladimir Putin un "fallimento totale". Secondo quanto dichiarato dal pezzo da novanta della Lega, la guerra per Mosca si è rivelata "un boomerang straordinario", in un giudizio che, per la sua chiarezza, sembra distanziarsi dalle ultime posizioni espresse dal segretario del suo stesso partito, Matteo Salvini, e apparire invece più in sintonia con la linea tenuta dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Fontana, senza mai citare esplicitamente il leader del Carroccio, ha infatti delineato una prospettiva internazionale che marca una divergenza percepibile, lasciando intravedere, forse, un malessere interno al partito o una personale riconfigurazione di posizioni che mira a preservare il proprio ruolo istituzionale e politico.
Un percorso inverso: dalle lodi al "leader" alla condanna del fallimento
La metamorfosi di Lorenzo Fontana appare particolarmente significativa se confrontata con alcune sue dichiarazioni passate, quando, da europarlamentare, non esitava a definire Putin "il nostro leader" in occasione di un congresso degli Identitari a Vienna. In quelle circostanze, descritte da cronache di allora, esprimeva una vera e propria ammirazione per quello che vedeva come il baluardo di una restaurazione identitaria contro quella che percepiva come l'egemonia americana, sottolineandone il presunto rispetto per le differenze. Oggi, quel giudizio enfatico è stato ribaltato in una fredda analisi degli esiti bellici, il che conferisce alle sue parole attuali il peso di una autocritica implicita, se non di un vero e proprio cambio di rotta dettato dalla valutazione dei fatti concreti sul campo.
Il "secchione" della Lega e la sua visione strategica
Non è un caso che, in passato, lo stesso Matteo Salvini abbia indicato in Fontana il "secchione" del partito per le questioni internazionali, riconoscendone, sia pure con un tono tra il canzonatorio e il complice, la preparazione specifica. Quel bagaglio di competenze, supportato da un percorso accademico solido, sembra oggi tradursi in una lettura della geopolitica che va al di là delle semplificazioni propagandistiche. Fontana ha infatti espresso un cauto ottimismo sulle possibilità di pace, osservando come entrambe le parti in conflitto possano finalmente rendersi conto dell'inutilità di uno sforzo così prolungato, dato l'esito fallimentare per la Russia, un punto su cui ha insistito con forza, quasi a voler sgombrare il campo da ogni possibile ambiguità residua.
Oltre la guerra: gli Usa in Europa e l'illusione di un esercito comune
Il discorso del presidente della Camera si è poi allargato, toccando altri temi cruciali per il futuro del continente. Ha espresso scetticismo sull'ipotesi di un ritiro statunitense dall'Europa, giudicandola improbabile, e ha quindi smorzato gli entusiasmi riguardo a una rapida integrazione difensiva europea. Secondo la sua analisi, la creazione di un esercito comune rimane un obiettivo "troppo complicato, se non impossibile", a causa degli interessi nazionali divergenti e, non ultimo, del peso della storia, con le guerre che hanno insanguinato il passato del Vecchio Continente. Una posizione realistica che, pur riconoscendo le difficoltà, non rinuncia a delineare i termini di una discussione necessaria per la sicurezza collettiva.




