Manzoni, il ministro Valditara frena sullo slittamento: “Promessi sposi formativi anche a 15 anni”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   A due giorni dalla pubblicazione delle nuove indicazioni nazionali per i licei – un documento che, va detto, ha già acceso più di un dibattito tra le mura del ministero dell’Istruzione e del Merito – il nodo più spinoso resta quello legato al destino di Alessandro Manzoni e del suo capolavoro. La commissione guidata da Loredana Perla, nel redigere le linee guida, aveva infatti ipotizzato uno spostamento della lettura integrale de “I promessi sposi” dal secondo al quarto anno, motivando la scelta con la complessità oggettiva dell’opera, giudicata da più parti troppo densa e stratificata per studenti che non abbiano ancora compiuto diciassette anni. Un’ipotesi, quest’ultima, che ha finito col generare un improvviso altolà da parte dello stesso titolare del dicastero, Giuseppe Valditara.

“Don Lisander resta attuale”, la controffensiva di Casa Manzoni

Il dubbio sollevato da don Abbondio – quel celebre “Manzoni, chi era costui?” che, nelle intenzioni del romanziere, avrebbe dovuto suonare come un’accusa all’ignoranza provinciale – rischia oggi di rivoltarsi come un guanto. Perché se la proposta della commissione passasse, lo scrittore più letto nelle aule italiane si trasformerebbe, paradossalmente, in un Carneade qualunque. A respingere questa eventualità ci ha pensato, in queste ore, lo stesso Valditara: “È una proposta che ha una sua ragionevolezza – ha dichiarato il ministro – ma ho qualche perplessità. Ritengo che i Promessi sposi siano particolarmente formativi anche per un giovane di quattordici o quindici anni”. Parole che, nella quiete un po’ polverosa di Casa Manzoni, sono state accolte come un venticello primaverile. Nessuna rivoluzione, dunque, nessuna scelta affrettata: il ministro ha voluto specificare che dare per scontata questa innovazione sarebbe quantomeno prematuro.

La ratio storica e il decreto regio del 1888

Per comprendere la delicatezza della partita, occorre restituire al lettore qualche elemento di contesto. Nella scuola pubblica italiana, i Promessi sposi entrano come libro di testo vivente ormai da centocinquantasei anni: era il 1870, quando si decise di affiancare ai “Fatti di Enea” e al “Decameron” un classico contemporaneo capace di parlare di morale, storia e lingua nazionale. Una scelta, quella, poi consolidata nel 1888 da un decreto regio che ne fissò la presenza nei programmi. Da allora, generazioni di adolescenti si sono misurate con la peste, gli innominati e i bravi, spesso odiando il romanzo per la sua prosa cesellata, altre volte amandolo proprio per quella stessa densità. La commissione Perla, nel suggerire lo slittamento al quarto anno, ha raccolto le critiche di chi considera l’opera – con la sua sintassi complessa e le sue lunghe digressioni storiche – uno scoglio troppo alto per un quindicenne.

Tra riforma Stem, corsi di empatia e la difesa della storia occidentale

La querelle sui Promessi sposi, per quanto centrale, non è però l’unico terreno di scontro contenuto nelle nuove Indicazioni Nazionali. Il testo proposto dalla commissione, infatti, prevede anche una netta separazione tra l’insegnamento della storia e quello della geostoria, una riforma in chiave Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) per i licei scientifici, l’introduzione di corsi dedicati all’empatia e un rafforzamento dello studio della storia dell’Occidente. Misure, queste, che il ministro Valditara ha commentato con un cauto favore, pur tenendo ferma la propria posizione sull’opportunità di non rimandare troppo in là l’incontro dei ragazzi con don Rodrigo e fra Cristoforo. Del resto, lo ha ribadito lo stesso Claudio Giunta in un intervento molto discusso – “Manzoni è troppo difficile, ecco perché va letto dopo” – la questione non è tanto se si debba leggere, ma quando. E se il quando diventa un dopo, il rischio è che quella difficoltà si trasformi, per molti, in un definitivo non-leggerò-mai-più.

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