La casa famiglia dice basta: “Catherine non rispetta le regole, insulti e ira, i bambini vanno trasferiti”
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Redazione Interno
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La convivenza forzata all’interno della struttura protetta di Vasto, quella che dal 20 novembre ospita Catherine Birmingham e i suoi tre figli – i minori al centro della vicenda nota come la “famiglia nel bosco” – si è definitivamente incrinata, al punto che gli stessi responsabili della comunità hanno formalmente chiesto all’autorità giudiziaria di valutare un collocamento alternativo per l’intero nucleo. La richiesta, contenuta in una relazione datata 25 febbraio e firmata da Lucia Fiorillo, psicologa e responsabile del servizio minori, non è semplicemente un appunto burocratico, ma la fotografia di un rapporto ormai logoro, segnato da incomprensioni quotidiane e da quella che viene descritta come una crescente insofferenza della madre nei confronti delle figure educative. Il documento, come riportano i quotidiani locali, parla chiaro: la permanenza di Catherine e dei bambini non sarebbe più sostenibile, e si rende necessario intervenire con urgenza per scongiurare un’escalation che rischierebbe di compromettere non solo il percorso dei piccoli Trevallion, ma anche la serenità degli altri minori ospitati nella comunità.
Il quadro che emerge dalle carte è quello di una madre che, di fatto, avrebbe smarrito la percezione del contesto in cui si trova, comportandosi come se la casa famiglia fosse una sorta di prolungamento della propria abitazione, o peggio, un albergo in cui poter dettare le proprie condizioni. Secondo quanto ricostruito, Catherine ignorerebbe sistematicamente le regole interne, in particolare quelle che disciplinano la condivisione degli spazi comuni e i momenti da trascorrere con i figli. Un passaggio chiave della relazione riguarda proprio la gestione degli orari e dei luoghi: alla donna è concessa la possibilità di stare con i bambini per l’intera giornata, compresa la notte nella loro camera, ma da venerdì scorso avrebbe preso a farli salire nel suo alloggio al secondo piano, contravvenendo alla prassi che vorrebbe gli incontri al piano terra. Una decisione, questa, reiterata nonostante i richiami, e motivata dalla volontà di sottrarre i piccoli allo sguardo e all’interazione con l’équipe educativa. Quando le operatrici tentano di riportare l’ordine, la reazione, si legge nel testo, sarebbe spropositata: Catherine reagirebbe con scatti d’ira e insulti, un atteggiamento che gli esperti definiscono esasperato e che si consuma sempre davanti ai bambini, i quali inevitabilmente assorbono il conflitto. I tre fratelli, di fatto, restano nell’appartamento della madre finché lei non deve dedicarsi ad altro – riposare o parlare al telefono, per esempio – e solo in quei frangenti tornano a frequentare gli spazi comuni, salvo poi seguirla come ombre appena lei si sposta in giardino, dove pretende di passeggiare senza la presenza di educatrici al seguito.
Le dinamiche relazionali e le figure esterne
Oltre alla gestione degli spazi, a pesare sulla decisione della casa famiglia sono anche una serie di episodi che raccontano di una progressiva chiusura della donna rispetto al progetto educativo. Catherine, secondo la ricostruzione della responsabile Fiorillo, avrebbe di fatto scavato un solco tra sé e le professioniste, squalificandone il ruolo e ignorandone le indicazioni. Un comportamento che si sarebbe manifestato anche in occasione dell’ingresso in struttura di persone esterne. Qualche tempo fa, la donna ha fatto accomodare una donna presentandola come un’amica, giustificando la scelta di non incontrarla fuori con la necessità di non lasciare i figli, che lei stessa definiva ansiosi e stressati. In un’altra circostanza, si sono presentate altre due donne, ma i bambini non le hanno riconosciute né hanno voluto salutare, un dettaglio che gli operatori hanno annotato con attenzione. Ancora più critica è la situazione del venerdì pomeriggio: da fine gennaio, alcuni amici si recano regolarmente in struttura per suonare, un’usanza che ha visto crescere il numero dei partecipanti da due a quattro. “Questa situazione non possiamo più accettarla”, scrive senza mezzi termini la responsabile del servizio minori, sottolineando come tali dinamiche, se da un lato mostrano il desiderio della famiglia di non sentirsi isolata, dall’altro rendono oggettivamente complessa la gestione di una comunità che deve garantire protezione e regole chiare a tutti i suoi ospiti. Il nodo, insomma, è che il comportamento di Catherine, in bilico tra la difesa della propria autonomia e la contrapposizione netta con le istituzioni, starebbe minando alla base il percorso di recupero della genitorialità, creando un clima di tensione che gli stessi bambini faticano a gestire. E mentre la CTU Simona Ceccoli prosegue nel suo incarico per valutare le capacità genitoriali della coppia, la struttura di Vasto alza bandiera bianca, chiedendo al Tribunale per i minorenni dell’Aquila di trovare una soluzione alternativa, più funzionale al benessere di quei tre minori e, non secondariamente, degli altri bambini lì ospitati.




