Alzheimer, la “scheda” italiana che prevede il rischio di demenza (in tre anni) con una predittività dell’82%

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Non sono ancora malati di Alzheimer, ma potrebbero diventarlo. Accusano piccoli segnali, avvertono la demenza che li sta aggredendo; eppure, almeno in apparenza, sembrano ancora in grado di svolgere una vita autonoma. È in questa zona grigia, quella del “decadimento cognitivo lieve” (Mild Cognitive Impairment, Mci), che si gioca la partita più importante della neurologia contemporanea. Oggi, va detto, né una Pet, né una risonanza magnetica, né un elettroencefalogramma presi singolarmente sono in grado di predire in modo efficace il rischio di sviluppare una forma grave di demenza come l’Alzheimer. Ma se si incrociano otto specifici marcatori, il quadro cambia radicalmente. Ed è proprio su questo fronte che arriva una svolta tutta italiana, firmata dallo studio Interceptor.

I numeri del progetto e la metodologia dello studio

Lo studio, coordinato dal professor **Paolo Maria Rossini** – direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’Irccs San Raffaele di Roma –, ha coinvolto una rete di eccellenze nazionali: dall’Istituto Superiore di Sanità al Policlinico Gemelli Irccs, passando per l’Irccs Istituto Neurologico Besta, l’Irccs San Raffaele di Milano e l’Irccs Fatebenefratelli di Brescia. Pubblicato sulla rivista “Alzheimer’s & Dementia: The Journal of the Alzheimer’s Association”, il lavoro ha preso in esame oltre 350 pazienti con diagnosi di Mci, seguiti per circa 36 mesi in 19 centri distribuiti su tutto il territorio nazionale. Durante il periodo di osservazione, quasi il 30 per cento dei partecipanti ha sviluppato una qualche forma di demenza; di questi, il 22,4 per cento ha soddisfatto i criteri clinici per la diagnosi di Alzheimer, con un picco di progressione osservato nel secondo anno di follow-up. Il dato, lungi dall’essere trascurabile, conferma quanto sia insidioso il passaggio dal deterioramento cognitivo lieve alla patologia conclamata.

L’incrocio dei marcatori e la predittività

Il cuore della scoperta risiede nella combinazione di fattori che vanno ben oltre la semplice visita neurologica. I ricercatori hanno sviluppato un modello predittivo (un vero e proprio nomogramma) che integra dati sociodemografici – età, sesso, familiarità per la demenza – con test neuropsicologici come il Mini Mental State Examination e biomarcatori di varia natura. Tra questi spiccano la ricerca dell’apolipoproteina E (il marcatore genetico ApoE), la volumetria dell’ippocampo tramite risonanza magnetica, l’analisi del metabolismo cerebrale attraverso la Pet-Fdg e la connettività elettrica registrata dall’elettroencefalogramma. Se si considera un solo marcatore alla volta, l’affidabilità crolla; ma la potenza del metodo Interceptor sta proprio nella loro sintesi.

I risultati parlano chiaro: il modello basato esclusivamente su dati clinici raggiunge un’accuratezza predittiva di circa il 72 per cento. Tuttavia, quando si aggiungono i biomarcatori selezionati, la precisione sale fino a superare l’82 per cento. In pratica, la “scheda” made in Italy riesce a stimare con un margine di errore ridotto quali pazienti con disturbi cognitivi lievi progrediranno verso la demenza nei successivi tre anni, consentendo una stratificazione del rischio (basso, medio o alto) finora impossibile da ottenere. Il professor Rossini ha sottolineato come l’obiettivo primario fosse proprio quello di identificare un insieme di strumenti diagnostici in grado di predire la conversione della malattia, spostando l’ago della bilancia da una gestione reattiva a una strategia di precisione.

Il contesto della prevenzione e le ricadute cliniche

Sappiamo che tra i 50 e i 60 anni il cervello umano comincia ad accusare un calo delle prestazioni cognitive; non è l’Alzheimer, ma è il momento in cui bisognerebbe agire. In Italia, le stime parlano di quasi un milione di persone che vivono nella condizione di Mci, una sorta di “limbo” neurologico dal quale ogni anno emergono circa 100 mila nuovi casi di demenza. Fino ad oggi, nessuno strumento validato permetteva di distinguere chi, tra questi, sarebbe rimasto stabile da chi invece sarebbe sprofondato nella patologia. Lo studio Interceptor, finanziato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) in collegamento con il ministero della Salute, colma proprio questo vuoto. Non solo: apre la strada a un utilizzo più mirato delle nuove terapie – come gli anticorpi monoclonali anti-amiloide – che, essendo estremamente costosi e non esenti da rischi (come le anomalie di imaging correlate all’amiloide, le cosiddette Aria), necessitano di essere somministrati solo ai pazienti che abbiano una reale probabilità di trarne beneficio.

L’enorme mole di dati raccolti da Interceptor rappresenta quindi una miniera di inestimabile valore per la comunità scientifica. Lo studio dimostra in modo inequivocabile che i singoli biomarcatori, se isolati, hanno un valore predittivo molto limitato nel breve termine; è la loro combinazione – all’interno di un algoritmo complesso ma ormai validato – a fornire una valutazione del rischio clinicamente significativa. La strada verso la medicina di precisione nelle demenze, insomma, è stata tracciata. E porta la firma della ricerca italiana.

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