Mondiali 2026, la lezione di civismo dei tifosi giapponesi tra spalti puliti e semafori rispettati
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Redazione Sport
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La cortesia nipponica, che nel corso delle passate edizioni aveva già lasciato il segno negli spalti del Qatar e della Russia, si ripresenta puntuale sul suolo statunitense in occasione del pareggio per 2-2 contro l’Olanda, valido per la fase a gironi del Gruppo F.
Al termine della sfida disputatasi all’AT&T Stadium di Arlington, i sostenitori della nazionale del Sol Levante – muniti di guanti e sacchetti portati da casa – hanno meticolosamente ripulito le tribune dai rifiuti accumulati, un gesto che ormai rappresenta un vero e proprio marchio di fabbrica per una cultura dove l’empatia collettiva e il rispetto per lo spazio pubblico prevalgono sull’esultanza fine a se stessa.
Se da un lato il risultato strappato all’ultimo respiro grazie al guizzo dell’ex calciatore della Lazio ha scatenato la gioia, dall’altro la condotta esemplare post-partita ha finito per oscurare persino la cronaca della rimonta, riportando l’attenzione su quell’incredibile senso civico che trasforma ogni evento di massa in una manifestazione di ordine spontaneo.
Festa a Shibuya e il ritmo dei quaranta secondi
Non solo pulizia, però, perché l’educazione dei tifosi nipponici si è manifestata con uguale forza anche a migliaia di chilometri di distanza dal campo, precisamente nell’iconico incrocio di Shibuya, a Tokyo.
Radunatisi per festeggiare il punto conquistato contro gli Oranje, i sostenitori hanno letteralmente “invaso” la celebre strisce pedonali seguendo un preciso disciplinare dettato dal codice della strada: la corsa festante e i cori scattavano solo quando il semaforo diventava rosso per le auto – ossia durante la fase di verde pedonale, che dura all’incirca quaranta secondi – per poi interrompersi all’istante e ritornare ordinatamente sui marciapiedi non appena la luce diventava verde per i veicoli.
Un rituale quasi surreale, se si pensa alla frenesia tipica delle celebrazioni sportive nel resto del mondo, eppure perfettamente coerente con quel concetto di “atarimae” – la naturalezza di fare ciò che è giusto senza bisogno di essere osservati – che contraddistingue la società giapponese fin dall’infanzia.
Le radici culturali di un’abitudine ormai trentennale
L’abitudine di lasciare gli stadi immacolati, contrariamente a quanto si possa pensare, non è una moda recente né una trovata mediatica; essa risale ai primi Mondiali disputati dal Giappone nel 1998, in Francia, e da allora si è ripresentata in tutte le competizioni internazionali, diventando oggetto di studio e ammirazione.
Nel 2022, durante la Coppa del Mondo in Qatar, i tifosi nipponici avevano già stupito il mondo ripulendo il settore dello stadio Al-Bayt dopo la partita inaugurale tra Qatar ed Ecuador, e una donna, interpellata da un content creator mentre raccoglieva rifiuti lasciati da altri, rispose con una semplicità disarmante: “I giapponesi non lasciano mai la spazzatura, rispettiamo il posto in cui siamo”.
Lo stesso identico sentimento – declinato come forma di ringraziamento verso il paese ospitante, i giocatori in campo e gli spettatori vicini – è stato ribadito anche in questa edizione, dove alcuni fan hanno dichiarato ai media presenti all’AT&T Stadium che per loro è solo una questione di rispetto, senza alcuna ricerca di consenso o protagonismo.
Rispetto per l’ambiente e responsabilità collettiva
L’atteggiamento dei “Samurai Blu”, se analizzato a fondo, non si limita a un semplice gesto di raccolta differenziata, ma rappresenta la manifestazione tangibile di un principio educativo che, in Giappone, viene inculcato sin dalle scuole elementari, dove gli studenti stessi – e non il personale delle pulizie – si occupano dell’ordine delle aule, delle mense e persino dei bagni.
È una filosofia che trasforma la responsabilità individuale in un valore collettivo, facendo sì che azioni come raccogliere bottiglie, latine o cartacce abbandonate da altri tifosi, anche rivali, diventino un automatismo privo di retorica.
Durante l’incontro con l’Olanda, conclusosi con le reti di Van Dijk, Summerville, Nakamura e Kamada, i supporter hanno quindi offerto una “prestazione” che nulla ha da invidiare a quella degli atleti in campo, dimostrando che l’orgoglio nazionale può esprimersi potentemente anche attraverso il silenzio educato e la cura maniacale per l’ambiente circostante. Un esempio, questo, che continua a fare il giro dei social network senza bisogno di alcuna celebrazione ufficiale, semplicemente perché la normalità, a volte, sa essere più straordinaria di qualsiasi cliché.




