George Clooney a Cuneo, l’attacco a Trump e la lezione di civismo ai tremila studenti
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è stato un momento, durante quella che per duemilasettecento adolescenti sarebbe potuta essere soltanto un’altra mattinata di scuola, in cui il brusio del Palazzetto dello Sport di Cuneo si è trasformato in un silenzio carico di aspettativa. Sul palco, senza la patina luccicante del divo ma con la stanchezza orgogliosa di chi ha visto troppe ingiustizie, è salito George Clooney. L’occasione era offerta dai “Dialoghi sul Talento”, format consolidato della Fondazione Crc che da anni porta personalità di rilievo internazionale a confrontarsi con le giovani generazioni, e stavolta la collaborazione con la Clooney Foundation for Justice—l’organizzazione fondata insieme alla moglie Amal, avvocata specializzata in diritti umani—ha permesso di portare a Cuneo un pezzo di attivismo hollywoodiano difficilmente replicabile altrove. A fare da sfondo, le polemiche politiche non sono mancate, con l’attore che ha scelto di non usare giri di parole nel commentare l’attuale presidenza americana.
«Un confine alla decenza»: la stoccata a Trump che fa il giro del mondo
Difficile, per un reduce da decenni di carriera tra set e manifestazioni pacifiste, limitarsi a parlare di cinema di fronte a tremila ragazzi arrivati da Alba, Mondovì, Saluzzo e Savigliano. Clooney ha invece attinto a piene mani dal vocabolario politico, definendo “crimine di guerra” le recenti dichiarazioni di Donald Trump relative a un’intera civiltà minacciata di estinzione. L’attore ha argomentato con una lucidità che non ammetteva fraintendimenti: si può sostenere il punto di vista conservatore, ha spiegato, ma «ci dev’essere un confine alla decenza, e noi non dobbiamo attraversarlo». La sua preoccupazione si è poi estesa al destino della Nato—un’alleanza, ha ricordato, che ha garantito sicurezza all’Europa e al mondo intero—e allo smantellamento di quelle istituzioni che, nonostante gli errori, hanno rappresentato un argine alla deriva autoritaria. L’uscita, inevitabilmente, ha scatenato la reazione fulminea della Casa Bianca, con il direttore delle comunicazioni Steven Cheung che ha ribattuto con una stoccata ironica, accusando l’attore di essere lui stesso l’unico “criminale di guerra” per via dei suoi film scadenti.
Dalla rabbia all’imbarazzo: le mille facce di una star fuori copione
Chi si aspettava un Clooney compassato e misurato, forse impegnato a promuovere l’ultimo progetto cinematografico, ha dovuto ricredersi. L’attore ha invece dispensato aneddoti spiazzanti, mescolando la cronaca nera di un’industria—quella hollywoodiana—che per anni ha coperto abusi e soprusi con la riflessione sui diritti calpestati. Ha raccontato di quando, agli inizi della carriera, registi e produttori si comportavano da «gentaglia», urlando contro attori e attrici, trattate queste ultime in modo ancora più disumano. Un riferimento, il suo, che riecheggiava inevitabilmente il caso Weinstein, quasi a suggerire che il cambiamento—per quanto lento—è possibile se le nuove generazioni imparano a non ripetere gli stessi errori. C’è stato, in quella lunga intervista, un passaggio in cui l’attore ha quasi provato imbarazzo nel ripercorrere certi meccanismi di potere, ma la rabbia per ciò che ha visto ha prevalso sulla ritrosia.
«Non ripeterete i nostri sbagli»: la fiducia (a denti stretti) nei giovani
Nonostante il tono a tratti duro, Clooney non ha voluto chiudere il discorso senza lasciare un messaggio costruttivo ai ragazzi seduti in tribuna. Ha parlato della sua infanzia nel Kentucky, del salto nel buio verso una carriera che sembrava impossibile, e della scelta—insieme ad Amal—di investire tempo e risorse nella Clooney Foundation for Justice, attiva in quaranta Paesi per la difesa della libertà di stampa e dei diritti delle donne. «Ho fiducia in voi», ha detto guardando l’oceano di adolescenti, «non ripeterete i nostri errori». Una dichiarazione che suona quasi come un’assoluzione, ma che nasconde anche una critica implicita a chi, prima di loro, ha permesso che si superasse quel “limite della decenza” a cui l’attore teneva tanto. La platea, sospesa tra l’entusiasmo per il divo e la serietà delle parole ascoltate, ha restituito un applauso lungo e pensieroso, quasi a voler sigillare un patto generazionale che, a Cuneo, ha trovato il suo palcoscenico più inaspettato.




