George Clooney a Cuneo attacca Trump: «Minacciare la fine di una civiltà è un crimine di guerra»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Non è la prima volta, va detto, che George Clooney, attore due volte premio Oscar, regista e produttore cinematografico, decide di usare il palcoscenico italiano per lanciare un messaggio politico chiaro, secco e senza mezzi termini. Ma questa mattina, al Palazzetto dello sport di Cuneo, di fronte a tremila studenti provenienti da Alba, Mondovì, Saluzzo e Savigliano, l’occasione – i “Dialoghi sul talento” promossi dalla Fondazione CRC in collaborazione con la Clooney Foundation for Justice – è sembrata particolarmente propizia per affrontare temi che vanno ben oltre la promozione cinematografica. Salito sul palco salutando in italiano, l’attore – che da tempo risiede nel sud della Francia – si è concesso a una lunga intervista, moderata da Mia Ceran, nel corso della quale ha riservato un affondo durissimo all’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ormai alla guida del Paese da più di un anno.

«Un confine alla decenza», la critica al presidente americano

La stoccata più violenta, quella che ha fatto il giro dei cronisti presenti in sala, è arrivata quando a Clooney è stato chiesto un parere sull’amministrazione Trump e sul clima politico oltreoceano. «Alcuni sostengono Donald Trump – ha dichiarato l’attore – e va benissimo, ma se c’è qualcuno che, come accaduto ieri, dice di voler porre fine a una civiltà, questo è un crimine di guerra». Una frase, quella pronunciata dal divo, che ha scatenato l’attenzione dei media proprio per la durezza del paragone, inedita anche per un personaggio notoriamente schierato come lui. Clooney ha poi aggiunto una riflessione che ha fatto da cornice ideologica al suo intervento: «Puoi comunque sostenere il punto di vista dei conservatori, ma ci deve essere un confine alla decenza, e noi non dobbiamo attraversarlo». La preoccupazione, ha spiegato, non è solo per la retorica politica interna agli Stati Uniti, ma per le istituzioni internazionali che hanno garantito la pace per decenni. «Sono preoccupato per la Nato – ha proseguito – ha fatto sì che l’Europa e il resto del mondo fossero sicuri. Smantellare un’istituzione come questa mi preoccupa enormemente».

L’affondo sulla libertà di stampa e il caso Weinstein

L’incontro, però, non si è limitato alla cronaca politica internazionale, che pure aveva un motivo ben preciso per essere al centro del dibattito. Clooney ha voluto infatti ribadire con forza il ruolo cruciale della libertà di stampa, cuore pulsante dell’attività della fondazione che porta il suo nome e che gestisce insieme alla moglie, l’avvocata Amal Clooney. «Non c’è democrazia senza libertà di stampa» ha tuonato l’attore, raccontando ai ragazzi come la fondazione operi in oltre quaranta Paesi del mondo per difendere giornalisti incarcerati ingiustamente. Ha citato esempi concreti, senza però scendere in dettagli superflui, limitandosi a sottolineare come in molti contesti internazionali «dire la verità sia ancora un reato». Sul fronte dei diritti e degli abusi di potere, l’attore non ha evitato di toccare il tasto dolente di Hollywood: il caso Weinstein. Alla domanda di uno studente su se fosse mai stato testimone di diritti non rispettati nel mondo del cinema, Clooney ha risposto con franchezza: «Sì, mi è capitato quando ero giovane, all’inizio della mia carriera. I registi e i produttori erano gentaglia, ti urlavano contro». E ha aggiunto, riferendosi ai cambiamenti post-#MeToo: «Non credo sia più possibile comportarsi così, e secondo me questo è positivo. Abbiamo visto tutto quello che è successo con il caso Weinstein, ed è migliorato il modo in cui le persone sono trattate sul set».

Un appello ai giovani: «Difendete chi ha meno potere»

Non poteva mancare, in un contesto come quello dei “Dialoghi sul talento”, un messaggio diretto ai tremila studenti presenti, che hanno riempito ogni ordine di posti del Palazzetto. Clooney, che ha più volte citato il padre come sua bussola morale, ha consegnato ai ragazzi una sorta di testamento ideale. «Mio padre ci diceva sempre: non mi importa cosa farete nella vita, quale strada prenderete. L’importante è che difendiate le persone che hanno meno potere di voi e che affrontiate quelle che ne hanno di più». Un invito a non restare indifferenti, insomma, che ha trovato eco in un passaggio precedente del suo intervento, quando aveva ricordato la propria giovinezza segnata dai grandi movimenti sociali americani. «Sono cresciuto in un periodo molto interessante per gli Stati Uniti – ha raccontato –. Abbiamo avuto il movimento per i diritti civili, quello contro la guerra in Vietnam. Fin da quando avevo 7 anni eravamo molto consapevoli del fatto che si dovesse partecipare al dibattito». E proprio in questo contesto si inserisce il suo accenno alla débâcle elettorale democratica del 2024: «Sapevamo che avremmo perso con uno scarto enorme, eravamo con le spalle al muro. Io ho scritto quell’editoriale, ho detto che avremmo dovuto fare delle primarie, ma non le abbiamo fatte».

La scelta di Cuneo e la guerra in Iran sullo sfondo

Molti si sono chiesti, e i cronisti lo hanno riportato, cosa spinga una superstar del calibro di Clooney a raggiungere un palazzetto dello sport di una città di provincia piemontese. Lontano dai riflettori di Venezia o Cannes, l’attore ha scelto Cuneo non certo per caso, ma per parlare di diritti e talento in un contesto più intimo e concentrato. La cornice dell’evento – organizzato con la Fondazione CRC e il supporto del Festival Collisioni – ha permesso un dialogo profondo, che ha toccato anche le tensioni internazionali più recenti. Sebbene l’attenzione fosse focalizzata sulle parole di Clooney, il riferimento dell’attore a chi «parla di porre fine a una civiltà» sembra alludere alle recenti dichiarazioni della Casa Bianca riguardo il conflitto in Iran, tema caldo dell’ultima ora e che ha fatto da sfondo a molte delle domande degli studenti. Clooney, mostrando la sua vena da attivista navigato, ha concluso la sua lectio magistralis con un invito all’azione civile, cercando di trasmettere ai ragazzi quella stessa urgenza che lo ha portato anni fa ad essere arrestato durante una protesta di fronte all’ambasciata sudanese a Washington.

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