Fermato un uomo per l’omicidio di Enzo Ambrosino, ucciso per un debito di poche centinaia di euro

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La notte tra venerdì e sabato, ad Induno Olona, un comune del Varesotto che di solito non finisce sulle cronache nazionali, si è consumata una rissa violenta culminata con la morte di Enzo Ambrosino, trentenne ucciso da una coltellata al fianco. L’arma, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, sarebbe stata impugnata da un cinquantenne residente a Varese, Gesuino Corona, finito in manette nella tarda serata di sabato con l’accusa di omicidio. A far precipitare gli animi, sotto l’abitazione della vittima in via Porro, sarebbe stato un debito di poche centinaia di euro – una cifra, se vogliamo, quasi irrisoria se rapportata alla ferocia dell’epilogo – che il figlio dell’indagato, un giovane, avrebbe avuto nei confronti di Ambrosino.

La rissa tra famiglie e l’arresto del padre

La lite, scoppiata in pubblica via, ha coinvolto almeno cinque persone appartenenti a due distinti nuclei familiari. Non si trattava, quindi, di un banale diverbio tra sconosciuti, bensì di uno scontro dai contorni preesistenti, alimentato da rancori magari sopiti ma pronti a riemergere. In questo contesto di tensione, Corona – come riportano le prime sommarie informazioni – avrebbe sferrato il fendente mortale, colpendo Ambrosino al fianco. I carabinieri, giunti sul posto dopo la segnalazione della rissa, hanno avviato immediatamente le indagini coordinate dalla pm di Varese Marialina Contaldo, portando in poche ore al fermo del cinquantenne. Un’operazione rapida, questa, che ha consentito di scongiurare rischi di inquinamento probatorio o di fuga.

«Volevo salvare mio figlio»: la difesa dell’indagato

Condotto nel carcere dei Miogni, Corona è stato sottoposto a un interrogatorio serrato, i cui contenuti sono stati secretati dagli investigatori. Da quanto trapela, però, l’uomo avrebbe risposto alle domande del pm con una frase che già riecheggia tra le carte del fascicolo: «Volevo salvare mio figlio». Una dichiarazione, questa, che lascia intendere una possibile ricostruzione alternativa rispetto a quella di un’aggressione gratuita. Il cinquantenne, insomma, potrebbe aver agito – sempre secondo la sua versione – per difendere il ragazzo dal creditore, in una rissa degenerata oltre ogni misura. Resta il fatto, oggettivo e drammatico, che una vita si è spezzata per una somma modesta, e che adesso la magistratura dovrà separare la legittima difesa (o l’eccesso di essa) dall’omicidio volontario.

Le indagini e il quadro giudiziario

Il pm Contaldo, che coordina il pool investigativo, ha già acquisito diversi elementi – testimonianze, rilievi scientifici sulla scena del crimine, eventuali filmati di telecamere private – per ricostruire l’esatta dinamica della colluttazione. La procura di Varese, nota per la meticolosità nelle inchieste di cronaca nera, procede con cautela: al momento Corona è detenuto in attesa dell’interrogatorio di convalida, che potrebbe trasformare il fermo in custodia cautelare. Il debito, quella manciata di centinaia di euro, è emerso come il movente scatenante, ma non ancora come l’unica causa della lite. Resta da capire, nelle prossime settimane, se altri partecipanti alla rissa avranno conseguenze penali e se il quadro accusatorio per il cinquantenne si consoliderà o subirà modifiche. Di certo, la cronaca giudiziaria di questa primavera lombarda si arricchisce di un altro episodio dove la banalità del movente stride con l’irreversibilità dell’esito.

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