Stipendi fermi al 1990, Di Cola (Cgil): "Irpef non basta più, serva una conferenza cittadina a Roma"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le retribuzioni reali in Italia sono più basse rispetto al 1990, un dato che fotografa con precisione la lunga stagnazione salariale che ha caratterizzato l'economia del Paese negli ultimi trentasei anni. Mentre in Francia e Germania i salari sono cresciuti di oltre il 30 per cento, in Spagna del 12,9 e nel Regno Unito addirittura del 48,4, l'Italia ha assistito a un arretramento che appare tanto più drammatico se confrontato con il dato medio dei Paesi Ocse, dove le retribuzioni sono aumentate complessivamente del 35 per cento.

La fotografia scattata dall'Ufficio Parlamentare di Bilancio restituisce un quadro impietoso, certificando che tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni lorde reali dei lavoratori dipendenti italiani sono diminuite dell'1,6 per cento, mentre nella media dei Paesi dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico si registrava una crescita robusta, trainata in particolare dagli Stati Uniti con un +50,5 e dal Regno Unito con un +48,4.

Il paradosso dell'Irpef e il limite del fisco

In questo contesto di prolungata stagnazione, il sistema fiscale ha giocato un ruolo paradossale, trasformandosi di fatto nell'unico ammortizzatore sociale in grado di attenuare la perdita di potere d'acquisto dei lavoratori. Le riforme dell'Irpef succedutesi nel tempo, in particolare quelle del 2014 e del 2025, hanno alleggerito il prelievo sui redditi da lavoro dipendente medio-bassi, contribuendo a sostenere i redditi netti e a limitare i danni di una dinamica retributiva che altrimenti sarebbe stata ancora più penalizzante.

L'effetto redistributivo dell'imposta è più che raddoppiato, con l'indice utilizzato dall'Upb che è passato da 0,028 a 0,065, ma questa capacità di compensazione sembra aver ormai esaurito la sua spinta propulsiva. Secondo l'analisi dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio, il margine per continuare a sostenere il lavoro dipendente attraverso gli stessi strumenti fiscali si è ridotto in modo significativo, e la questione non è più solo tributaria ma riguarda il modello di sviluppo, la produttività e la qualità dell'occupazione.

Il perimetro dell'Irpef, con le sue detrazioni e i suoi bonus, ha salvato gli stipendi più deboli per oltre tre decenni, ma oggi il limite è stato raggiunto e si rende necessario un cambio di passo che affronti le cause strutturali della bassa crescita salariale.

Il fiscal drag penalizza il ceto medio

Il paradosso dell'Irpef si manifesta con particolare evidenza nel fenomeno del fiscal drag, il drenaggio fiscale determinato dalla mancata indicizzazione all'inflazione degli scaglioni e degli altri parametri monetari dell'imposta. Secondo quanto evidenziato dal presidente di Manageritalia, Marco Ballarè, la riduzione media delle retribuzioni lorde reali di circa il 6 per cento dal 1990 a oggi evidenzia una perdita di potere d'acquisto che incide sulla competitività del Paese, sui consumi e sulla capacità di attrarre e trattenere competenze.

Lo studio dell'Upb individua una soglia critica pari a circa 35.100 euro annui a prezzi 2026, al di sotto della quale il sistema fiscale attuale risulta più favorevole rispetto al 1990, mentre al di sopra diventa progressivamente più oneroso, colpendo proprio quella fascia di redditi medio-alti che rappresenta il motore della crescita e dell'innovazione.

La conseguenza diretta di questo squilibrio, come sottolinea Ballarè, è la fuga di talenti, giovani e meno giovani, verso Paesi dove possono guadagnare di più, alimentando un circolo vizioso che priva l'Italia di risorse e competenze fondamentali per il proprio sviluppo economico e sociale.

La conferenza cittadina per Roma

In questo quadro di emergenza salariale, il segretario generale della Cgil di Roma e del Lazio, Natale Di Cola, ha lanciato un appello alle istituzioni locali, sottolineando come la Capitale debba fare la propria parte per contrastare la precarietà e favorire la creazione di lavoro stabile, sicuro e dignitoso. Secondo Di Cola, i dati sulle comunicazioni obbligatorie relative alla nuova occupazione devono preoccupare le istituzioni del territorio, considerando che nel Comune di Roma si concentra circa il 75 per cento delle nuove assunzioni dell'intera Regione Lazio.

"La fotografia dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio è implacabile e conferma quanto sosteniamo da tempo, ma avere ragione non è motivo di soddisfazione, tutt'altro", ha scritto il sindacalista su Facebook, ribadendo che la questione salariale rappresenta un nodo irrisolto che richiede un intervento deciso e coordinato.

Di Cola ha quindi rilanciato la proposta di promuovere una conferenza cittadina sul tema, uno spazio di discussione che coinvolga istituzioni, parti sociali e realtà economiche del territorio per elaborare un modello di sviluppo alternativo, capace di mettere al centro la dignità del lavoro e la giustizia sociale, a partire proprio dalla questione salariale che da trent'anni attende una risposta strutturale e non più rinviabile.

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