Blitz “Core” nel Salento, così i fratelli Guadadiello tenevano in pugno il Nord Salento tra summit, riti e welfare mafioso
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Redazione Interno
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SQUINZANO – “Non parliamo più né di citere (uccidere, ndr) né di niente. Punto e basta. Qua non comanda più nessuno, comando solo io”. La frase, che secondo i carabinieri risuona durante l’ultimo summit del clan il pomeriggio del 12 giugno 2023, fotografa la tensione interna a un’organizzazione che – a pochi chilometri da Lecce – gestiva affari, omicidi e gerarchie con la ferocia di una setta armata.
Quella riunione, celebrata in una masseria isolata tra Squinzano e Torchiarolo, riuniva fedelissimi, uomini armati, organizzatori del traffico di droga e giovani reclute pronte a entrare nel sistema criminale. Ventiquattr’ore dopo, il 42enne Luigi Guadadiello – indicato come il vertice del gruppo riconducibile alla Sacra Corona Unita – veniva assassinato davanti alla sua abitazione, un epilogo che gli inquirenti non hanno faticato a interpretare come il segnale di una resa dei conti interna o di una reazione a quella che, forse, era parsa un’eccessiva intraprendenza da parte del capo.
L’organizzazione e i summit decisionali
Secondo l’imponente lavoro investigativo della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, coordinato dalla sostituta procuratrice Giovanna Cannarile, il clan aveva di fatto imposto un controllo ferreo sul territorio di Squinzano, Trepuzzi, Campi Salentina e Torchiarolo. L’inchiesta, culminata nella maxi operazione “Core” che ha portato all’esecuzione di trenta misure cautelari (ventisette in carcere e tre ai domiciliari) su un totale di cinquantadue indagati, ha documentato almeno tre summit decisionali tenutisi tra marzo e giugno del 2023.
Gli incontri si svolgevano in luoghi impervi come masserie diroccate, dove Luigi Guadadiello impartiva ordini, distribuiva incarichi e, fatto di non poco conto, autorizzava personalmente i sodali a iniziare lo spaccio, una pratica che dimostra il controllo assoluto sulla vendita di stupefacenti.
Dopo l’omicidio del capo, secondo quanto ricostruito dai carabinieri del nucleo investigativo e della compagnia di Campi Salentina, la reggenza sarebbe passata al fratello Antonio Guadadiello, detto “Roberto”, mantenendo operative le ramificazioni nel traffico di cocaina, hashish e marijuana.
I rituali d’altri tempi e le armi “battezzate”
A rendere inquietante il fenomeno non è solo la violenza degli agguati – come quello del 28 dicembre 2022 ai danni di un pregiudicato, ferito da colpi di kalashnikov davanti a un distributore di benzina mentre si trovava con la compagna e i figli minorenni – ma l’arcaicità dei riti di affiliazione scoperti dalle microspie dei militari.
Per entrare a far parte di questa frangia, agli affiliandi veniva incisa una croce sulla pelle (sulla spalla, sul petto o sull’addome), un marchio a sangue suggellato da un bacio sulle labbra tra i presenti, a volte accompagnato dal dono di una collanina con un crocifisso e da un brindisi con spumante e pasticcini.
Un legame simbolico fortissimo che si estendeva persino agli strumenti del mestiere: pistole, revolver con matricola abrasa e i temibili kalashnikov venivano infatti battezzati con nomi di donna come “Giulia”, “Patrizia” e “Gisella”, un dettaglio che secondo gli inquirenti evidenzia il carattere identitario e quasi para-religioso del rapporto con la violenza.
Pentiti e welfare mafioso
Il quadro accusatorio, descritto nell’ordinanza firmata dal gip Francesco Valente, non si basa unicamente su intercettazioni e pedinamenti.
A corroborare la ricostruzione della frangia riconducibile ai fratelli Guadadiello hanno contribuito le dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia – Sandro Campana, Emanuele Guarini e Cristian Stella – i cui racconti hanno offerto un prezioso spaccato delle dinamiche interne, come la gestione del tentato omicidio ordinato per questioni di concorrenza nel narcotraffico, dove l’azione risultò “più violent del previsto” rispetto alla semplice “gambizzazione” autorizzata.
Oltre alla gestione delle piazze di spaccio, l’organizzazione aveva sviluppato un vero e proprio sistema di “welfare mafioso”: durante i summit, lo stesso Luigi Guadadiello aveva disposto la creazione di una cassa comune per sostenere economicamente gli arrestati e le loro famiglie, un meccanismo, quest’ultimo, finalizzato a cementare la fedeltà interna e a garantire la resilienza del sodalizio anche dopo i colpi subiti dall’autorità giudiziaria.




